La mia vita è cambiata da quando sono diventata mamma... Allora mi sono detta: "deve cambiare anche il mio blog!". E questo è quello che ne è saltato fuori!
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mercoledì 12 novembre 2008

12 novembre 2003

Per non dimenticare MAI...



12 novembre 2008: 5° anniversario dalla strage di Nassiriya in cui 12 carabinieri, 5 soldati dell'esercito e 2 civili rimasero uccisi dal vile attentato alla base italiana "Maestrale".

venerdì 4 luglio 2008

INDEPENDENCE DAY

Per gli Americani il 4 luglio si festeggia la festa più importante dell'anno, celebrata con rigore, secondo alcuni schemi tradizionali: parate, patriottismo, fuochi artificiali, pic-nic e tanto altro: è la festa dell'indipendenza.
Il 4 luglio l'America si ferma per celebrare se stessa. E' un giorno che gli europei ed, in particolare, gli italiani fanno spesso fatica a comprendere fino in fondo. Non è un semplice giorno di festa, non si tratta di "un giorno in più di vacanza" come, invece, è spesso per noi il 25 aprile. E' un giorno che ogni americano è orgoglioso di celebrare. E' importante notare che si dice "celebrare" la festa del 4 luglio e non semplicemente "festeggiare" il 4 luglio, in quanto il verbo "celebrare" porta con se tutta una serie di significati profondi, quasi un alone di sacralità, che, invece, la semplice parola "festeggiare" non riesce ad evocare.


Banalmente, si può dire che il 4 luglio si celebra la festa dell'indipendenza (Independence Day) delle colonie americane, ottenuta dall'Inghilterra nel 1776. Questa è la data che, per un americano, segna la nascita della democrazia nel suo paese. Questa è la data che segna la vera nascita degli Stati Uniti d'America e, poiché gli Americani si sentono profondamente attaccati alla loro patria, tanto da identificarsi interamente con essa, si può dire che il 4 luglio è la festa anche degli Americani stessi.

giovedì 14 febbraio 2008

BUON S.VALENTINO!

Piccola premessa: non amo le festività comandate, che si sono trasformate in una giostra di acquisti inutili con conseguente spreco di soldi e di valori. non credo che ci sia un giorno comandato in cui dire a qualcuno "Ti amo" o "Ti voglio bene". Però, credo anche che ogni momento è valido per esprimere affetto e tenerezza; visto in quest'ottica il giorno di S. Valentino è solo un'occasione in più per dimostrare i propri sentimenti. E allora, non servono regali, basta poco, ma con il cuore: un cioccolatino, un biglietto scritto a mano invece di un sms, cucinare un piatto speciale, per trasformare una sera come tante in un momento speciale da ricordare!
Io vi lascio la storia di S. Valentino, con la speranza che tutti voi passiate questa giornata, ma anche quelle a venire con le persone che amate e che vi fanno stare bene!


Per gli antichi Romani Febbraio era considerato il mese in cui ci si preparava all'arrivo della primavera, ritenuta la stagione della rinascita. Si iniziavano i riti della purificazione: le case venivano pulite e vi si spargeva del sale ed una particolare farina. Verso la metà del mese iniziavano le celebrazioni dei Lupercali (dèi che tenevano i lupi lontano dai campi coltivati). I Luperici, l'ordine di sacerdoti addetti a questo culto, si recavano alla grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo e qui compivano i sacrifici propiziatori. Il sangue degli animali veniva poi sparso lungo le strade della città, come segno di fertilità. Il vero evento per la gioventù romana di allora era però una specie di lotteria dell'amore. I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un'urna e opportunamente mescolati. Quindi un bambino sceglieva a caso alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità affinchè il rito della fertilità fosse concluso. L'anno successivo sarebbe poi ricominciato nuovamente con altre coppie. Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò questa festa pagana sostituendola con quella di san Valentino vescovo, martirizzato dall'imperatore Claudio II in quanto univa in matrimonio giovani coppie alle quali l'imperatore aveva negato il consenso. Prima della sua esecuzione, Valentino che si era innamorato della figlia del suo carceriere, le scrisse una ultima lettera firmandola "dal tuo Valentino" frase che è arrivata fino ai nostri giorni. Nonostante siano passati tanti secoli, questa festa ha sempre mantenuto il significato di celebrare il vero amore.

venerdì 9 novembre 2007

9 NOVEMBRE 1989: CADE IL MURO DI BERLINO

Il Parlamento italiano, nel 2005, ha dichiarato il 9 novembre "Giorno della libertà", quale ricorrenza dell'abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo.

Nei giorni della caduta, il grande violoncellista Rostropovic (privato, anni prima, della cittadinanza sovietica) improvvisò un concerto davanti al muro; l'evento, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, è considerato il requiem per il muro e la Guerra Fredda.


Oggi è il giorno della memoria, ma c'è un altro aspetto del Muro di Berlino di cui mi preme parlare: l'aspetto artistico.

A partire dagli anni '80, alcuni artisti famosi, come Keith Haring e Thierry Noir, iniziarono a dipingere il lato del muro che dava su Berlino Ovest, in seguito migliaia di artisti, conosciuti e sconosciuti, utilizzarono il muro per i loro progetti artistici. Il muro si coprì quasi interamente di murales, dalle semplici scritte a disegni molto elaborati e ben eseguiti, alcuni dei quali si guadagnarono una certa notorietà, come quello che raffigurava una Trabant gialla che sfonda il muro. La East Side Gallery lunga più di 1 Km che fu pitturata subito dopo il crollo del muro, è stata definita la più grande galleria di pittura all'aria aperta del mondo. Purtroppo pochi dei murales hanno resistito al tempo e ai turisti che continuano a scrivere i loro nomi sul muro. La città di Berlino, notoriamente a corto di fondi, ha investito pochissimo nel restauro del muro e nel 2000 solo alcuni dei dipinti furono restaurati e protetti dai vandali. Malgrado siano protette dalle leggi sulla tutela dei monumenti, non è chiaro quale sia il destino di queste parti del muro.

« L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato, trasformato da un normale muro in un sistema insormontabile di ostacoli, trappole, segnali elaborati, bunkers, torri di guardia, tetraedri anti carro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento da parte delle guardie di confine.Ma più lavoro, ingenuità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con ostruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva. »

Viktor Suvorov, L’ombra della Vittoria

AUGURI MAMMA

Oggi è il compleanno della mia mamma... E io non sono con lei a festeggiarlo. Credo sia la prima volta che capiti e mi fa un po' effetto. Sicuramente mi mancherà anche il lato profano, ovvero i pasticcini, i marron glacés (che la mamma adora e visto il prezzo glieli compriamo solo al suo compleanno!) e il pranzo preparato dalla nonna, con il nonno che per l'occasione stappa una bottiglia speciale.
Ma soprattutto, e questo succede ogni giorno, mi mancherà la presenza della mamma. Si, lo so che sono grande, ma ci sono legami ancestrali che non conoscono l'usura del tempo, anzi, col passare delle stagioni si rafforzano.
La mia mamma è bellissima, profuma di "mamma", è una rompiballe, parla più di me che certe volte ti viene voglia di "spegnerla", è impicciona, sconclusionata, divertente, elegante, ma soprattutto, è stata una mamma a tempo pieno e ha dedicato ogni energia, ogni sua risorsa a me e a Eleonora.
Per me non è un'amica: le amiche servono per crescere insieme, confrontarsi, litigare, anche, ma ponendosi sullo stesso piano. La mamma deve essere un punto fermo. E la mia mamma lo è stato e continua ad esserlo anche ora che sono "grande" e sono lontana da lei!

BUON COMPLEANNO MAMMA!

mercoledì 31 ottobre 2007

HAPPY HALLOWEEN!

Come ogni anno le tradizioni si ripetono. Dopo dodici lunghi mesi di letargo, streghe, spiriti e fate stanno per riapparire lungo le strade delle città. La leggendaria notte di Halloween è ormai alle porte!Halloween (corrispondente alla vigilia della festa cristiana di Ognissanti) è il nome di una festa popolare di origine pre-cristiana ora tipicamente americana e anglosassone. Tuttavia le sue origini antichissime affondano nel più remoto passato delle tradizioni europee: risale infatti al 4000 a.C. quando le popolazioni tribali usavano dividere l'anno in due parti in base alla transumanza del bestiame. Nel periodo fra ottobre e novembre, era necessario ricoverare il bestiame in luogo chiuso per trascorrere al riparo l'inverno: è questo il periodo di Halloween.

In Europa la ricorrenza si diffuse con i Celti: all'incirca nel 2300 a.C. Questo popolo, nella notte tra il 31 Ottobre e il 1º Novembre, la notte di Samhain, celebrava la fine dell'estate e l'inizio di un propizio anno nuovo.
A sera tutti i focolari venivano spenti e riaccesi dal sacro falò curato dai Druidi. Nella dimensione circolare del tempo, caratteristica della cultura celta, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale, che non apparteneva né all'anno vecchio e neppure al nuovo: in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi. I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi. Da qui l’usanza del trick-or-treating.
I Celti non credevano nei demoni quanto piuttosto nelle fate e negli elfi, entrambe creature considerate però pericolose: le prime per un supposto risentimento verso gli esseri umani; i secondi per le estreme differenze che intercorrevano appunto rispetto all'uomo. Secondo la leggenda, nella notte di Samhain questi esseri erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini e questo ha portato alla nascita e al perpetuarsi di molte altre storie terrificanti. Si ricollega a questo la tradizione odierna e più recente per cui i bambini, travestiti da streghe, fantasmi e vampiri, bussano alla porta urlando con tono minaccioso: "Dolcetto o scherzetto?" ("Trick or treat" in inglese).
Con il dominio romano fu esportata in Britanniala festa di Pomona: una festa del raccolto che venne associata a Samhain nel tentativo di staccare il popolo britannico dal legame con i Druidi. Successivamente il cristianesimo, come già la dominazione romana, tentò di incorporare le vecchie festività pagane dando loro una connotazione compatibile con il suo messaggio.
Il 13 maggio 610 fu istituita la festa di Tutti i Santi in cui venivano onorati i cristiani uccisi in nome della fede. Per oltre due secoli le due festività procedettero affiancate, sino a che la Chiesa decise di spostare la celebrazione cattolica all'inizio di novembre al fine di detronizzare il culto di Samhain.
Nei paesi di lingua inglese la festa divenne Hallowmas, che significa: una messa in onore dei santi; la vigilia divenne All Hallows Eve, che si trasformò nel nome attuale: Halloween.
Molti pensano che furono gli irlandesi a portare le celebrazioni di Halloween in America; in realtà questa ricorrenza è legata al passato della maggior parte dei popoli europei, ognuno con le sue tradizioni. È in America che tutte queste tradizioni confluirono fino a portare alle moderne celebrazioni.
È usanza ad Halloween intagliare zucche con volti minacciosi e porvi una candela accesa all'interno. Questa usanza nasce dall’idea che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con sé i vivi; è bene quindi che i vivi si muniscano di una faccia orripilante che emani un bagliore sinistro per ingannare i morti.

Ora non vi resta che attendere che il vecchio Jack O'Lantern giunga a bussare alla vostra porta!

BUON HALLOWEEN A TUTTI!


venerdì 26 ottobre 2007

26 ottobre 1954. TRIESTE RITORNA ITALIANA

Il 26 ottobre 1954, alle 5.20 del mattino, Trieste si svegliò sotto la pioggia, ma quello era comunque un mattino pieno di promesse, atteso per tanti, troppi anni.
I primi ad entrare a Trieste furono i fanti dell'82° Reggimento, seguiti poco dopo dai carabinieri e dai bersaglieri dell'8° Reggimento della divisione "Ariete". Le ragazze salivano sui camion dei militari, li abbracciavano, li baciavano, cantavano, ridevano, piangevano. La gioia di quel giorno, come raccontano le vecchie foto, fu espressa da loro, le ragazze di Trieste, che con la loro euforia resero indimenticabili quelle ore. Il loro volto divenne il volto della liberazione e della vittoria. C'erano tanti soldati americani, che poi le avrebbero sposate quelle ragazze, che avevano conosciuto l'orrore di un dopoguerra in una città, come scrisse l'inviato speciale Giorgio Bocca, "che aveva avuto l'amaro privilegio di trovarsi in prima linea".
Erano passati nove anni da quando il 1° maggio 1945 i partigiani di Tito erano entrati nella città, decisi a rimanervi e con l'intenzione di far arretrare il confine italiano fino all'Isonzo se non fino al Tagliamento.
I partigiani di Tito a Trieste si comportarono da predatori: svuotano le casse della Banca d'Italia, saccheggiarono le case, violentarono le donne, il 5 maggio falciarono a colpi di mitragliatore i cortei dove sventolava il tricolore.
Poi iniziarono i sequestri in massa di sventurati, di notte scaricati vivi nelle voragini carsiche. A migliaia finirono nelle foibe del Carso.
Uno sterminio etnico esteso a tutte le zone di fatto annesse dal regime di Belgrado e che determinò l'esodo di 350.000 italiani dell'Istria e Dalmazia, che cercarono riparo in patria e che, dopo aver dovuto abbandonare le loro case e i loro beni, vennero accolti dall'ostilità dei comunisti italiani, che al pari di quelli di Tito li bollarono come fascisti, sebbene la loro colpa fosse quasi sempre solo quella di essere italiani. Li attese un destino coperto dal silenzio, voluto dai comunisti e avallato dagli opportunismi di un'Italia, che aveva bisogno di rimettersi in piedi, chiudendo con il passato.
Il 12 giugno 1945 finirono i quaranta terribili giorni di occupazione di Trieste: le truppe jugoslave abbandonarono la città e si installò il governo militare alleato. I triestini si riversarono per festeggiare la fine dell'incubo, ma il cammino per riportarli alla democrazia e all'Italia sarebbe stato ancora molto lungo.
Trieste, Piazza Unità., 26 ottobre 1954

Il 3 novembre 1953, nel 35° anniversario dell'ingresso degli Italiani a Trieste dal 1918 e festa di San Giusto, la bandiera italiana fu issata sul Municipio di Trieste, ma subito dopo fu rimossa dagli Americani.
Si formarono cortei di protesta nella città, ma la folla venne dispersa dalla polizia. Alla stazione ferroviaria si formò un corteo di mille persone, molte delle quali di ritorno dal Sacrario di Redipuglia, dove si era svolta l'annuale cerimonia commemorativa. Il 5 novembre gli studenti entrarono in sciopero e formarono un corteo che arrivava fino in Piazza Sant'Antonio. La polizia reagì con idranti e manganelli. Incidenti scoppiarono in tutta la città. La polizia, al comando di ufficiali inglesi, aprì il fuoco ad altezza d'uomo e uccise due persone. Il 6 ripresero i tumulti e gli incendi delle auto della polizia civile. La polizia aprì il fuoco per difendere gli edifici del Governo Militare Alleato. In tarda mattinata un'enorme folla convergeva in Piazza Unità, e assaliva la Prefettura. La bandiera italiana fu nuovamente issata sul Municipio e sul palazzo del Lloyd Triestino. Intervennero truppe inglesi in assetto di guerra. La polizia sparò ad altezza d'uomo. Quattro Triestini furono uccisi. Solo nel tardo pomeriggio la tensione si allentò. Titoli sui giornali di tutto il mondo parlarono della situazione di Trieste. A loro, ai caduti del 1953, alla loro memoria, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, concesse la Medaglia d'Oro al Valor Civile.

Poi, il 5 ottobre 1954 a Londra si firmò l'accordo per la riannessione di Trieste all'Italia. Trieste aveva pagato per tutti e ora poteva piangere di gioia. Alla radio Nilla Pizzi cantava: "Vola, colomba bianca, vola/ diglielo tu/ che tornerò./ Dille che non sarà più sola/ e che mai più/ la lascerò", la canzone dedicata a Trieste, che aveva vinto nel 1952 il Festival di San Remo. E quel 26 ottobre 1954 la folla, dal posto di blocco di Duino fino in città, formò un fiume umano di 25 chilometri e rimase tutta la notte ad aspettare l'arrivo dei soldati italiani. L'Italia era tornata.

martedì 9 ottobre 2007

44 ANNI FA: POVERA LONGARONE!

Quarantaquattro anni fa si compiva una delle più gravi tragedie umane del secolo scorso. La tragedia del Vajont.
Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno.
La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale.
La sera del 9 ottobre 1963, l'enorme massa d'acqua, valutabile attorno ai 300 milioni di metri cubi, che si sollevò a seguito dell'impatto della frana del monte Toc , elevò un’immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione, cancellando, in pochi secondi, un intero territorio e quasi 2.000 vite umane. La morfologia stessa delle valli del Vajont e del Piave fu sconvolta, i danni materiali furono incalcolabili. Di Longarone restarono solo poche case; il comune di Erto fu graziato ma sparirono gran parte delle sue frazioni. La natura uscì ancora una volta vincitrice nei confronti dell'uomo e della sua presunzione.
Le avvisaglie di quanto poteva succedere c'erano state dapprima con la frana di Pontesei, nella vicina valle di Zoldo, e poi con quella del 4 novembre 1960, che aveva interessato proprio il versante instabile del Monte Toc. Sarebbe stato sufficiente cogliere il significato del toponimo della montagna (in dialetto: Toc = monte che va a pezzi, a tocchi), o dello stesso torrente (Vajont = viene giù), per evitare una delle più grandi tragedie del genere umano, ma ancora una volta altri interessi vennero considerati prioritari rispetto alla vita di migliaia di persone umane.
I tecnici della SADE e poi quelli dell'ENEL, incuranti dei segnali che la natura aveva dato, commisero tre fondamentali errori umani che portarono alla strage: costruirono la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; innalzarono la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; ma soprattutto non diedero l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

I soccorsi e il recupero delle salme

La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia: allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri. In un crescendo di rumori e terrore, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: un’azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta. Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore. Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre.

Pagina del Gazzettino dell'11 ottobre 1963

La mobilitazione a soccorso dei sopravvissuti fu generale e richiamò sul luogo, già dopo le prime ore dall'accaduto, migliaia di persone dalle più diverse estrazioni sociali. In primo luogo il battaglione "Cadore" del 7° Alpini, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri e la Polizia che misero a disposizione tutte le loro forze disponibili. Ma occorre ricordare anche i medici, i volontari della croce Rossa e tutte le persone che si profusero in sforzi immani per prestare soccorso ai poche sopravvissuti e per recuperare e seppellire i morti. Il 10 ottobre 1963 si decise la realizzazione del cimitero delle vittime; il giorno dopo venne individuata l'area davanti al piccolo cimitero di Fortogna nel comune di Longarone.
Grande ed immediata fu l'azione di solidarietà che si manifestò in tutto il mondo: grazie ad essa, all'intervento delle autorità, dei vari Enti ed Associazioni e alla tenace volontà della popolazione locale, fu possibile in tempi brevi la ricostruzione del paese.
Le cronache del tempo riportarono editoriali ed articoli di inviati speciali del telegiornale o delle maggiori testate nazionali che si limitavano a qualche commento che per di più riguardava l'aspetto umano. Gli approfondimenti relativi alla responsabilità oggettive, tranne poche eccezioni, erano trascurati a favore dell'imprevedibilità dell'accaduto.
Il pietismo, di cui la cronaca di quei giorni era piena, dopo una quindicina di giorni lasciò il posto ad un vuoto assoluto. Assodata la responsabilità alla natura "maligna", delle quasi duemila vittime e dei sopravvissuti non venne più data notizia. Solo in occasione del processo finale il giornalismo italiano si rimise in moto, senza mai però approfondire le indagini, riportando la notizia come di un normale fatto di cronaca.
Già, perché fu aperta un 'inchiesta giudiziaria che sfociò un processo, celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971, che si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi.

Longarone - Prima e dopo la tragedia

Oggi, il silenzio che accompagnò la tragedia del Vajont è stato colmato: centinaia di libri scritti da gente del posto, storici, tecnici italiani ed internazionali, che non si basano solo sulla raccolta di avvenimenti che hanno preceduto e preannunciato la tragedia e sulle crude testimonianze delle ore drammatiche, ma sono andati a scandagliare in profondità all'accaduto, svelando i retroscena delle inchieste e i fatti relativi alle responsabilità, ai processi, senza venir meno all'indagine sociale, culturale ed economica del comprensorio colpito. A tal riguardo occorre ricordare l'ingente lavoro editoriale svolto dal Comune di Longarone.
Si sono tenute anche delle rappresentazioni teatrali che hanno riscosso un buon successo. Certamente la possibilità che è stata concessa di trasmettere in diretta, attraverso i canali televisivi, il lavoro dell'artista teatrale Marco Paolini ha suscitato un eco non indifferente, riportando alla ribalta nazionale un avvenimento che troppo presto era stato archiviato.
Un ulteriore contributo al ricordo della tragedia verrà dato da un Museo che sarà presto allestito dalla Amministrazione comunale, un progetto che sarà di esempio e di testimonianza perenne e renderà il dovuto omaggio a quanti, innocentemente, hanno trovato la morte.

Foto e informazioni dettagliate sulla storia del Vajont: www.vajont.net

domenica 7 ottobre 2007

7 OTTOBRE 1571. LA BATTAGLIA DI LEPANTO

Il Senato veneto: "Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit" ("Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori").

Il 7 ottobre 1571 ebbe luogo la Battaglia di Lepanto storico scontro tra le flotte dell'Impero Ottomano e della cristiana Lega Santa che riuniva forze navali di Venezia, della Spagna, dello Stato Pontificio, di Genova, dei Cavalieri di Malta e di Savoia.
La battaglia si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Mehemet Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.
La coalizione cristiana era stata promossa da Papa Pio V per soccorrere la veneziana città di Famagosta, sull'isola di Cipro, assediata dai Turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale. La flotta della lega aveva lasciato Messina, riunendo 150 navi veneziane tra galee, navi da carico, imbarcazioni minori e 6 potenti galeazze, 79 galee della Spagna, 12 galee toscane noleggiate dal Papa, 28 galee genovesi e le forze maltesi degli Ospitalieri. Il 5 ottobre, giungendo in cerca di riparo dalla nebbia e dal forte vento nel porto di Viscando, la flotta cristiana fu raggiunta dalla notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza. Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l'assicurazione di poter lasciare indenni l'isola di Cipro, ma il comandante turco non aveva mantenuto la parola e i veneziani erano stati imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche. Il 17 agosto Bragadin era stato scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti e la sua pelle, conciata e riempita di paglia, era stata innalzata come un manichino sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise martinengo e Gianantonio Querini. I macabri trofei erano poi stati inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.
Nonostante il maltempo le navi della Lega presero il mare verso Cefalonia. Il 7 ottobre, il giorno di Santa Giustina, Don Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata, deciso a dar battaglia. Per cominciare Don Giovanni decise di lasciare isolate come esca le poche ma fortissime galeazze veneziane al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo, camuffandole da navi da carico, le quali all'avvicinarsi dei Turchi ignari, gli scaricarono cannonate con una potenza di fuoco probabilmente mai vista prima al mondo fino a quel giorno. Lo scontro si accse subito violento.
Per i cristiani gli scontri all'inizio coinvolsero pesantemente l'ammiraglio veneziano Agostino Barbarigo: la galea del Barbarigo divenne teatro di un epica battaglia nella battaglia con almeno due capovolgimenti di fronte. Ferito gravemente alla testa, Barbarigo morì e le retrovie dovettero soccorrere i veneziani per scongiurare la disfatta.
I Turchi iniziarono l'assalto alle navi di Don Giovanni. Quando i legni giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Don Giovanni innalzò lo stendardo con l'immagine del Redentore Crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l'assoluzione secondo l'indulgenza concessa dal Papa per la Crociata.
Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono. Don Giovanni d'Austria puntò diritto contro la Sultana.
Nell'infervorare della battaglia, il comandante in capo ottomano Alì Pascià cadde (o forse si suicidò per evitare l'umiliante cattura). La visione del condottiero Ottomano decapitato contribuì enormemente a demolire il morale dei Turchi. Di lì a poco, infatti, alle quattro del pomeriggio, le navi ottomane rimaste, abbandonavano il campo, ritirandosi definitivamente. Del teatro della battaglia restava uno spettacolo apocalittico: relitti in fiamme, galee ricoperte di sangue, morti o uomini agonizzanti. Erano trascorse quasi cinque ore quando la battaglia ebbe termine con la vittoria della flotta cristiana. Don Giovanni d'Austria riorganizzò la flotta per proteggerla dalla tempesta che minacciava la zona e inviò galee in tutte le capitali della lega per annunciare la clamorosa vittoria.
Sicuramente lo schieramento cristiano vinse anche grazie alla superiorità schiacciante delle inabbordabili e potentemente armate galeazze e al superiore armamento individuale.
Questa battaglia fu la prima grande vittoria di un'armata o flotta cristiana occidentale contro l'Impero Ottomano e, quindi, ebbe anche un'importanza psicologica dato che fino a quel momento i Turchi avevano vinto le precedenti battaglie contro i cristiani. Nonostante la devastante sconfitta turca, la scarsa coesione tra i vincitori impedì alle forze alleate di sfruttare appieno la loro vittoria ed ottenere una supremazia duratura sugli Ottomani. I veneziani, infatti, non riottennero il possesso di Cipro, costretti a firmare una pace separata con i Turchi. L'Impero Ottomano, infatti, iniziò subito una poderosa opera di ricostruzione della flotta, a seguito della quale, pur riacquistando la supremazia numerica nei confronti della coalizione cristiana, perse comunque il controllo completo dei mari, specialmente del Mediterraneo occidentale.
I cristiani naturalmente attribuirono la loro vittoria soprattutto alla protezione della Vergine Maria, tanto che nell'anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario. Dopo la vittoria di Lepanto, San Pio V decretò che ogni prima domenica di ottobre si sarebbe dovuta commemorare con rito semplice Nostra Signora della Vittoria.
All'alba del 7 ottobre 1571, esattamente quattrocentotrentasei anni fa, proprio la prima domenica di ottobre, aveva inizio nelle acque di Lepanto una delle più grandi battaglie navali della storia, frutto glorioso degli sforzi della Cristianità.
Mi sembra importante ricordarne l'anniversario, in particolare in questo momento storico, in cui si riaffaccia prepotente ed aggressivo in Occidente l’aggressione violenta e terroristica del fondamentalismo islamico. Lepanto fu una grande vittoria dell'Occidente, una vittoria della Cristianità. Una vittoria contro un mondo arabo, musulmano, islamico e ferocemente aggressivo. Un mondo però che ogni volta (a Salamina, a Maratona, a Poitiers), si è infranto contro il valore degli europei, decisi a non cedere la propria terra e le proprie radici, a non lasciare annientare la propria cultura e civiltà fino all'estremo sacrificio.
La Battaglia di Lepanto avvenne in un'epoca nella quale la Cristianità non confondeva ancora la carità, con una solidarietà che ne è oggi la caricatura, o forse solo una scusa per chi è disposto a sacrificare la propria civiltà. A Lepanto e poi a Vienna, l'Europa difendeva il suo modello di civiltà e difendeva anche, le sue chiese e le sue istituzioni. Oggi di fronte all’aggressione del fondamentalismo islamico, ad Al Queida e Bin Laden, la nuova flotta islamica, gran parte dell’Occidente sembra aver perso ogni riferimento all’orgoglio di appartenere ad un mondo libero.
Anche ai tempi di Lepanto la pace era un sentimento condiviso da tutti. Però nessuno era pacifista. Dovremmo oggi dopo le Torri gemelle, Madrid e Londra, rammaricarci che per impedire di perdere le nostre radici e la nostra cultura si debbano combattere delle guerre?

« Fratei, forza al remo, demoghe addosso! » (La galera Gran Capitana di Venezia alla galera reale di Napoli nella giornata di Lepanto, dopo il disalberamento della prima linea turca, presa sotto il fuoco a lunga distanza delle grandi galeazze venete).

domenica 16 settembre 2007

IN RICORDO DI MARIA CALLAS

Sono passati 30 anni da quella mattina in cui, Maria Callas, la donna che aveva rivoluzionato l'opera lirica, che aveva fatto tanto parlare di sé, per la sua portentosa voce, per i suoi capricci da prima donna, per il suo amore con Aristotele Onassis, si spense "sola, abbandonata, in questo popoloso deserto che appellano Parigi". Mai frase, tratta dalla Traviata, opera che Maria amò e portò in scena con una memorabile regia di Luchino Visconti, fu più appropriata per descrivere la fine di una donna che identificò il proprio destino in quello delle eroine che aveva interpretato in teatro.
La sua voce è stata un miracolo, non ci sono altre parole per descriverla. Altre cantanti ebbero e avranno una voce forse più bella, più morbida, ma lei aveva un carisma che nessuna potrà eguagliare.

Un fascino, quello della Callas, costruito con sforzi sovrumani. Sia per quanto riguarda la trasformazione che impose al suo fisico diventando, da ragazza paffuta e sgraziata, una splendida donna, icona di eleganza al pari del suo mito Audrey Hepburn, sia per le fatiche che non si risparmiava nello studio, pretendendo sempre da se stessa la perfezione.
Maria affrontava ogni personaggio che portava in scena scavando nelle pieghe della sua anima, studiando ogni minimo dettaglio dei gesti e del fraseggio. La sua grandezza è stata quella di pensare alla totalità del personaggio e della partitura musicale, al significato letterale del testo e alle sensazioni che accompagnavano la musica.
La Callas portò avanti una sorta di "riscrittura" della musica, andando ben oltre il solo problema dell' interpretazione: il suo fine ultimo era quello della verità musicale.
Tutta la sua vita fu affascinante: gli esordi difficili, gli anni dei trionfi, gli scandali, il divorzio e la lunga relazione con un uomo potente come Onassis, la solitudine in cui si chiuse dopo l'addio alle scene. Ma la sua vera grandezza è stata quella di dare un volto nuovo all'opera lirica; tutto il resto fa parte del mito: in parte lo ha accresciuto, ma resta un dettaglio.
I suoi ruoli più famosi per certi versi erano allegorie del suo destino: di Norma lei stessa diceva: "Mi somiglia, ruggisce come una leonessa ma non lo è". Tosca e Traviata rappresentano il sacrificio, la solitudine, quindi l'ultimo atto della sua vita.

Maria era unica. Ancor oggi, ascoltando le sue incisioni, rivedendo i filmati dell'epoca, la sua voce (ma sarebbe più corretto dire: le sue tre voci!), commuove fino alle lacrime. Non a a caso il film del regista documentarista francese Philippe Kohly, Callas assoluta, è stato presentato in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia ed è andato in scena alla Scala nel giorno del suo trentesimo anniversario dalla morte. Citando lo stesso Kohly, "il segreto di Maria è stato quello di realizzare la più classica delle fiabe: una ragazza qualsiasi, né bella né ricca che decide di diventare cantante e regine. E ci riesce".

UN ANNO DALLA MORTE DI ORIANA FALLACI. PER NON DIMENTICARE

Un anno fa il mondo diceva addio ad una delle più grandi scrittrici del secolo scorso: una donna coraggiosa, fedele a se stessa e con la forza di sostenere le proprie idee, sempre, con vigore. Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929, Firenze, 15 settembre 2006) era la prima di tre sorelle: Neera e Paola, anch'esse giornaliste e scrittrici. Il padre fu un attivo antifascista che coinvolse la figlia, a soli 10 anni, nella resistenza con compiti di vedetta. La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino della Resistenza Giustizia e Libertà vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste, ed in seguito rilasciato. Per il suo attivismo durante la guerra ricevette un riconoscimento d'onore dall'Esercito italiano.
Terminata la guerra, la Fallaci iniziò la carriera giornalistica esortata dallo zio, Bruno Fallaci, grande penna e direttore di settimanali. Lavorò prima come collaboratrice per quotidiani locali e poi come inviata speciale per L'Europeo.
Nel 1965 Oriana Fallaci dedicò al padre il libro Se il sole muore in cui descrisse i preparativi per lo sbarco americano sulla Luna.
Nel 1967 si recò in qualità di corrispondente di guerra per l'Europeo in Vietnam. Ritornerà nel paese dell'Indocina 12 volte in 7 anni raccontando la guerra senza fare sconti né ai Vietcong ne agli americani, documentando menzogne e atrocità, ma anche gli eroismi e l'umanità di un conflitto che lei stessa definì una sanguinosa follia. Le esperienze di un anno di guerra vissute in prima persona vennero raccolte nel libro Niente e così sia pubblicato nel 1969.
Il 2 ottobre 1968, alla vigilia delle Olimpiadi di Città del Messico, durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari messicani contro l'occupazione militare del Campus, oggi ricordata come il massacro di Tlateloco, la Fallaci rimase ferita. Morirono centinaia di giovani (il numero preciso è sconosciuto) e anche la giornalista fu creduta morta e portata in obitorio: solo allora un prete si accorse che era ancora viva. La Fallaci definì la strage come «un massacro peggiore di quelli che ho visto alla guerra».

Come corrispondente di guerra seguì anche i conflitti tra India e Pakistan, in Sud America e in
Medio Oriente.
Nel 1969 il comandante dell'Apollo 12, Pete Conrad, alla vigilia del lancio, incontrò la Fallaci e chiederle un consiglio riguardo la frase da usare al momento di mettere piede sulla Luna. Poiché Amstrong aveva detto: «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità», la scrittrice consigliò, dato la bassa statura di Conrad, la frase: «Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo». Il comandante, che portò con sé sulla Luna una foto di Oriana bambina con la madre, disse proprio questa frase una volta giunto sul satellite.
Il 21 agosto 1973 la giornalista fiorentina conobbe Alekos Panagulis, leader della Resistenza greca contro il regime dei Colonnelli. Si incontrarono il giorno che lui uscì dal carcere: ne diventerà la compagna di vita fino alla morte
di lui, avvenuta in un apparente incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Panagulis verrà raccontata dalla scrittrice nel romanzo Un uomo, pubblicato nel 1978.
Nel 1975 la Fallaci e Panagulis collaborarono alle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini, amico della coppia. La Fallaci sarà la prima a denunciare il movente politico dell'omicidio del
poeta.
Lo stesso anno uscì il primo libro di Oriana Fallaci diverso dall'inchiesta giornalistica, Lettera a un bambino mai nato. Fu il primo grande successo editoriale della scrittrice e vendette 4 milioni e mezzo di copie in tutto il mondo.
All'attività di reporter hanno fatto seguito le interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti. Tra i personaggi intervistati dalla Fallaci: Re
Husayn di Giordania, Pietro Nenni, Giulio Andreotti, Yasser Arafat, Mohammed Reza Pahlavi, Henry Kissinger, Indira Gandhi, Golda Meir, Muammar Gheddafi e l'Ayatollah Khomeini (durante l'intervista a quest'ultimo,
la Fallaci lo apostrofò come tiranno e si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua presenza).
Consegnandole la laurea honoris causa in letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago, la definì «uno degli autori più letti ed amati del mondo». Ha scritto e collaborato per numerosi giornali e periodici, tra cui: New Republic, New York Times, Life, The Washington Post, Look, Der Stern e il Corriere della sera.
Nel 1990 uscì il romanzo Insciallah in cui la scrittrice coniuga la ribalta internazionale con il racconto. Il libro, ambientato tra le truppe italiane inviate dall'ONU a Beirut, si apre con il racconto del primo duplice attentato suicida dei kamikaze islamici contro le caserme americane e francesi che causò 450 morti tra i soldati.
Dopo l'uscita di Insciallah Oriana Fallaci si isolò andando a vivere a New York. Qui iniziò a scrivere un romanzo la cui lavorazione venne interrotta dagli attentati dell'11 settembre 2001.
In questo periodo scoprì di avere un cancro ai polmoni che lei più tardi definirà «L'Alieno».
I suoi libri e articoli sui fatti dell'11 settembre hanno suscitato sia elogi sia contestazioni nel mondo politico e nell'opinione pubblica. Attraverso essi la scrittrice denuncia la decadenza della civiltà occidentale minacciata dal fondamentalismo islamico e incapace di difendersi.
La Fallaci riteneva che la crescente pressione esercitata negli ultimi anni dall'immigrazione islamica verso l'Italia, unita a discutibili scelte politiche e all'aumentare di atteggiamenti di reciproca intolleranza, dimostrasse che staremmo assistendo ad un pianificato tentativo del mondo mussulmano di islamizzazione dell'Occidente, istigato e supportato dal Corano e testimoniato da oltre un millennio di conflitti e ostilità tra mussulmani e cristiani, tentativo che dovrebbe inevitabilmente portare ad uno scontro di civiltà.
Nel novembre 2002, alla notizia della presenza del Social Forum Europeo a Firenze, la scrittrice volò in Italia per impedire che la grande manifestazione organizzata dai no-global venisse ospitata nella sua città. Il suo timore era che si potessero ripetere i fatti del G8 di Genova. Incontrò l'allora ministro dell'Interno Pisanu, il segretario DS Fassino e numerose personalità della politica. La Fallaci pubblicò una lettera aperta sul Corriere della sera, nella quale chiese ai fiorentini di listare la città a lutto al passare dei manifestanti.
Il 14 dicembre 2005 Carlo Azeglio Ciampi ha insignito Oriana Fallaci con una medaglia d'oro quale "benemerita della cultura". Le sue condizioni di salute le hanno impedito di prendere parte alla cerimonia di consegna, in occasione della quale ha scritto: «La medaglia d'oro mi commuove perché gratifica la mia fatica di scrittore e di giornalista, il mio impegno a difesa della nostra cultura, il mio amore per il mio Paese e per la Libertà. Le attuali e ormai note ragioni di salute mi impediscono di viaggiare e ritirare direttamente un omaggio che per me, donna poco abituata alle medaglie e poco incline ai trofei, ha un intenso significato etico e morale».
Dopo aver espresso per tutta la vita opinioni anticlericali e dopo essersi dichiarata "atea-cristiana", dichiarò pubblicamente la sua ammirazione per papa Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata il 27 agosto 2005.
Nel marzo 2005 il quotidiano di Vittorio Feltri, Libero, lanciò una raccolta di firme affinché il Presidente della Repubblica conferisse alla Fallaci il titolo di senatore a vita. Vennero raccolte oltre 75.000 firme. Nonostante il successo di adesioni all'iniziativa la proposta non fu accolta. La Fallaci morì il 15 settembre 2006, a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al tumore che da anni l'aveva colpita. Aveva deciso di tornare a Firenze, con grande riserbo, per passarvi i suoi ultimi giorni.
È stata sepolta nel cimitero degli Allori, che ospita anche tombe di atei, mussulmani e ebrei, alle porte di Firenze, nella tomba di famiglia accanto ad un ceppo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita. Con lei sono stati sepolti una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d'Oro (premio che la Fallaci non ha mai vinto), donatole da Franco Zeffirelli.
Larga parte del suo grande patrimonio librario è stato donato, insieme ad altri cimeli, come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense, il cui rettore, monsignor Fisichella, fu amico della scrittrice e le stette vicino in punto di morte. Nell'annunciare la donazione Fisichella ha definito questo come l'ultimo regalo a papa Benedetto XVI per il quale la scrittrice nutriva «una autentica venerazione».

Ieri a Milano, A Palazzo Litta, è stata inaugurata la mostra «Intervista con la storia», che durerà fino al 30 novembre, poi andrà a Firenze e a Roma, al Vittoriano; nella città natale sono stati deposti cuscini di rose della Regione sulla sua tomba al Cimitero evangelico e il Comune si è infine deciso, dopo parecchio pressing a opera dei giornali fiorentini, ad annunciare che le sarà intitolata una via.
Come ha scritto acutamente sulla Stampa Carla Reschia, Oriana Fallaci troverebbe di certo qualche commento aguzzo per il coro dei tributi in onore della sua memoria che fin dall'altro giorno il vice premier e ministro ai Beni culturali, Francesco Rutelli, si è premurato di avviare affermando che la giornalista e scrittrice deve essere ricordata «senza tentennamenti», perché, «l’idea per cui per onorare un intellettuale, un'artista, una scrittrice, una figura della cultura, ci debba essere condivisione del suo messaggio appartiene alla preistoria».
Ecco, io vorrei aggiungere il mio pensiero: io sono felice che Oriana sia stata celebrata e ricordata, certamente andrò a vedere la mostra, ho colto l'opportunità di acquistare i suoi romanzi che ancora non avevo, dal momento che ho trovato in libreria delle edizioni economiche convenienti e ho cominciato a leggere Un uomo: è il mio piccolo modo per ricordare una donna che ha avuto la forza di mettere nero su bianco ciò che molti pensano e pochi hanno il coraggio di dire.

Io la Fallaci l'ho sempre ammirata, al liceo lessi Lettera a un bambino mai nato e rimasi sconcertata dai suoi toni crudi, eppure così reali: la sua scrittura ti possedeva, ti scuoteva l'anima, ma dovevi andare avanti, finirlo quel libro. Dopo l'11 settembre, l'ho amata. L'ho amata per il modo in cui ha scosso le coscienze intorpidite di tutti noi: benpensanti, finti buonisti, borghesi. L'ho amata per il coraggio con cui ha affrontato la malattia, per il suo amore fortissimo per la vita: credo che questa sia la lezione più bella che ci ha lasciato. L'ho amata per la sua dignità, perché era una vera signora, anche se usava toni talvolta violenti non era mai volgare, semplicemente era vera, sincera fino alla crudeltà, e per questo ci vuole coraggio.

Per tutto questo, per l'amore per la libertà che ci hai trasmesso, per molto altro ancora, per tutto quello che scoprirò leggendo gli altri tuoi libri, non posso aggiungere altro che: GRAZIE ORIANA!

lunedì 9 luglio 2007

WELCOME 500!!!

Mercoledì 4 luglio è rinato un mito.
La nuova 500, ultima nata di casa Fiat ha fatto il suo ingresso su un palco sfavillante di luci montato appositamente sul Po, di fronte ai Murazzi torinesi, di fronte ad una folla festante di oltre diecimila persone che avevano assistito ad uno spettacolo di circa due ore, degno di una cerimonia olimpica.
Il caro cinquino, ideato dal genio dell'ingegnere Dante Giacosa, ha fatto la sua prima apparizione con il nome di Nuova 500, per distinguerla dalla Topolino, il 4 luglio 1957. Cinquant'anni dopo, il cuore degli italiani (permettetemi di dire dei torinesi in particolare!) palpita ancora per la piccolina di casa Fiat, simbolo di un' epoca ed oggetto di costume.
Per chi ha contribuito a questo show grandioso, con notti insonni, cibo di fortuna, telefoni impazziti quattordici ore al giorno, il momento in cui la bimbetta ha afferrato il microfono per annunciare "Welcome 500!" è stato un momento di pura emozione...il cuore batteva forte, quasi tutti noi ragazzi della 500, come ci chiamavano nei corridoi del Lingotto, ci trovassimo sul palco insieme alla Bambina che faceva la sua apparizione tra fuochi d'artificio ed uno scroscio di applausi.
Il programma della serata è stato quanto mai ricco e variegato: il comune di Torino si è davvero impegnato per fare le cose in grande!Ecco come si è svolta l'intera Giornata della 500:

Dalle 9.30 in Piazza Castello: grande festa per i bambini

Dalle 11 in Piazza Vittorio Veneto: sistemazione 800 vetture 500 storiche

Ore 18.00 in Piazza Vittorio Veneto: annullo filatelico del francobollo celebrativo. Borgo Dora: mercatino dell’antiquariato e del modernariato (ingresso libero)

Ore 19.00 in Piazza San Carlo: aperitivo “Cin Cin Cinquecento”. Borgo Dora: ballo al palchetto, attori e attrici faranno rivivere scene dell’epoca

Ore 19.00 – 20.30 al Quadrilatero Romano: aperitivi e cene tematiche

Ore 19.00 – 24.00 a Borgo Dora: “Il Teatro del Gusto”, le cinque Osterie di Slow Food interpretano la 500

Ore 21.00 – 21.30 in Piazza Castello: concerto Orchestra Ritmi Moderni (Arturo Piazza)

Ore 21.00 – 02.00 in Via Garibaldi: bancarelle dei sigari Toscani, del Barolo Chinato e del cioccolato di Gobino

Dalle 21.30 in Piazza Castello: “500 colpi di spazzola sotto le stelle”, i giovani stilisti dell’acconciatura interpretano la 500

Ore 22.45 – 23.45 Show “Welcome 500” ai Murazzi. Show in diretta su maxi schermi (piazza Vittorio Veneto, piazza Castello, piazza San Carlo, piazza Emanuele Filiberto). Diretta TV su Canale 5.

Ore 23.00 in Piazza Castello: Ugo Alciati interpreta il “gusto” della 500

Ore 24.00 – 02.00 Notte Bianca 500: negozi e gallerie d’arte aperti. Murazzi: dj set. Piazza San Carlo: “Brindisi di Mezzanotte” con Asti Spumante; arrivo della Band 500 a bordo di 500 storiche. Piazza Castello: spaghettata di Mezzanotte di Guido di Pollenzo offerta da Eataly, giochi, intrattenimenti e musica jazz. Borgo Dora: “Il risotto del Pinocchio”, riso di Saiagricola Cascina Veneria. Quadrilatero Romano: dj set, jazz dai balconi.

Alcune righe vanno spese per lo spettacolo dei Murazzi.Premetto che io sono arrivata in Piazza Vittorio semidistrutta e a digiuno, con alle spalle meno di otto ore di sonno negli ultimi tre giorni...ma com'è che si dice? The show must go on! O meglio, il lavoro non è ancora finito! Ho acquistato acqua e piadine per dissetare i colleghi rimasti al parcheggio delle navette degli ospiti e mi sono incamminata lungo Corso Cairoli, interamente transennato e brulicante di poliziotti e uomini del servizio di sicurezza. Complice il mio caro pass "organizzazione" ho potuto muovermi semi-indisturbata. Sfamati gli affamati, finalmente ho potuto godermi anch'io lo spettacolo, peccato che a questo punto nelle tribune non si entrava più e mi sono dovuta accontentare di un posto di fortuna contro un parapetto, dove comunque si vedeva bene.La prima parte l'ho vista meglio nelle prove, ma le scenette di vita degli anni Sessanta condite dalle musiche dei film di Fellini hanno raccolto un grande successo. Credo che gran parte dei presenti siano tornati un po' bambini nel vedere la donnina che spingeva il carretto dei gelati, o i paparazzi che inseguivano un'Anita Ekberg in rosso con una crinolina alta due metri.
All'improvviso cambio immagine: dal cielo, appesa alla gru più alta d'Europa, scende il telaio della nuova auto in gran parte composto da acrobati sorprendentemente agili nel formare con i propri corpi una carrozzeria...come a dire, la Nuova 500 siamo tutti noi!
Poi il concerto di Lauryn Hill la star della serata. Bella voce, peccato non abbia cantato Killing me softly...
Spettacolare nella sua originalità l'esibizione degli artisti israeliani con i loro degeridooo, accompagnati da un battere di pinne (pinne vere, da sub!) coloratissime.
Infine grande chiusura con lo spettacolo pirotecnico, quasi mezz'ora ininterrotta di fuochi grandi, colorati, stupendi! Ed ecco lei, la Bambina che fa la sua comparsa sul palco, non una, ma tante 500 candide che si pavoneggiano davanti alle tribune stracolme di vip, ma anche di gente che ha lavorato a questa rinascita.
Le luci si spengono, la 500 sorvola il palco, come se salutasse vezzosa gli spettatori...non c'è dubbio, ha conquistato ancora una volta il cuore degli italiani...BENVENUTA 500!!!



Per saperne di più sull'auto, sulle migliaia di combinazioni possibili, consiglio di visitare http://www.fiat500.com/
è un sito davvero carino, innovativo e geniale come la mitica 500!