La mia vita è cambiata da quando sono diventata mamma... Allora mi sono detta: "deve cambiare anche il mio blog!". E questo è quello che ne è saltato fuori!
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martedì 4 marzo 2008

PICCOLE PERLE DEL TRENTINO

Sono tornata da un week-end da favola immersa nella quiete del Südtirol.
Sterzing, ossia Vipiteno è davvero una delizia, anche lontano dal periodo dei celebri mercatini natalizi. Cittadina ricca di storia e di tradizioni, capace di conservare inalterato il suo carattere romantico e pittoresco, Vipiteno si colloca esattamente a metà strada tra Innsbruck e Bolzano. Il centro storico di questa cittadina alpina, una volta dimora di re ed imperatori, è oggi un piccolo gioiello di architettura medievale armoniosamente inserita nella corona di montagne circostante.
La cucina è ottima, un vero attentato alla linea, ma tanto, la mia di linea è ormai sferica per ben altri motivi che non per una fetta di Sachertorte di troppo!
Altre delizie visitate in questi due giorni e che consiglio vivamente di prendere in considerazione per una pausa rigenerante fuori dai più famosi percorsi turistici sono: l'Abbazia di Novacella e la cittadina di Bressanone.
Si arriva a Novacella per molte strade. Per la via della fede che conduce, come ha condotto per quasi mille anni, pellegrini e viandanti per la via del Brennero verso Roma; per la via dell'arte che conduce in questo complesso architettonico per ammirarne le varie epoche e i vari monumenti "stratificati" nei secoli; per la via della cultura che porta qui per i preziosi codici che essa contiene e per la moderna biblioteca di educazione ambientale, una delle più fornite del paese.
E ci si reca a Novacella per i suoi vini. L'Abbazia, retta dai monaci agostiniani ha infatti tra le sua attività anche la produzione di eccellenti vini bianchi, degni della migliore tradizione enologica altoatesina.

Ieri invece sono andata a fare la visita di controllo. Tutto bene, ho anche sentito il cuoricino del bambino che galoppava forte e il ginecologo ha percepito i suoi movimenti. Se è per questo sembra anche a me di cominciare a sentire un specie di sarfallio nella pancia, soprattutto la sera, quando mi rilasso. E' una sensazione stranissima, a volte sembra di avere il solletico, ma viene da dentro, altre volte mi sembra di avere un macigno sulla stomaco, come se avessi mangiato un sasso.

L'unico piccolo fastidio, è il fiatone che mi prende dopo mezza rampa di scale: in montagna ero ridicola perché, siccome sono testarda, ho voluto almeno fare qualche passeggiata. Dopo poco cominciavo a camminare come un paperotto e in salita mi sembrava quasi di dondolare pericolosamente all'indietro. Inoltre venivo assalita da veri e propri attacchi di fame, sopiti a morsi di bretzel.

P.S. Mi permetto di fare un po' di campagna elettorale per fini personali e ricordo a tutti che sono aperte le votazioni per il concorso indetto da Baol. La mia foto è la numero 23...se vi piace, votatela qui. Avete tempo fino al 10 marzo.

venerdì 29 febbraio 2008

LA BELLE EPOQUE

Sto per partire per un rilassante week-end a Vipiteno. Quest'anno gli sci rimarranno appesi al chiodo, ma l'Alto Adige offre altre delizie, oltre alle piste innevate, prima fra tutte la vasta scelta di dolci reperibile nelle konditoreien.
Detto questo nell' augurarvi un fine settimana rigenerante, vi lascio la recensione della mostra sulla Belle Epoque, allestita a Rovigo, nella bella sede di palazzo Roverella. Se qualcuno passasse dal Veneto nei prossimi giorni, potrebbe approfittare per visitare qualcosa di alternativo a Venezia e scoprire una raccolta di quadri dal sapore deliziosamente salottiero.

La Belle Epoque: poco meno di quarant’anni di storia europea connotati da un tumultuoso sviluppo, da una incrollabile fede nel progresso, dalla spensieratezza e dalle belle donne.
La luce elettrica annullava le differenze tra il giorno e la notte, facendo sfavillare vetrine accattivanti, teatri, cabaret e cinema gli incontri si susseguivano ad un ritmo vorticoso. Tutto sembrava permesso e possibile. Denaro e ottimismo parevano destinati a non finire mai, accendevano i sensi e garantivano l’appagamento di ogni voglia. Persino le malattie facevano meno paura. A tenerle a bada intervenivano le continue scoperte della scienza.
A Parigi si innalzava la Tour Eiffel e si vivevano i fasti dell’Esposizione Universale, si celebrava il ritorno delle Olimpiadi. Un milione di chilometri di binari attendeva merci e viaggiatori, nuovi e lussuosi modelli di automobili sfrecciavano lungo strade piene di vita, rese ancora più colorate dai grandi manifesti che affermavano il nuovo modo di vendere e di vivere.
Euforia e frivolezza dominavano, anche se sotto la superficie serpeggiava un malessere che sfociò nel dramma della Grande Guerra.
L’arte seppe farsi specchio di questi tempi. Registrando il trionfo del beau monde, un paradiso in terra, ma intimamente minato, o forse solo sottolineato, dai più diversi eccessi. Così in Francia, ma anche in Italia.
Il nostro Paese, visse i “Bei Tempi” forse, un po’ meno splendenti, rilucenti e intensi che nella capitale d’oltralpe. Tuttavia fu un'epoca magica e unica. Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Gioli, Banti e Panerai vivendo tra l’una e l’altra capitale mutuarono l’allure parigina coniugandola ai fermenti italiani. Altri artisti, da Casorati, Boccioni, Bonzagni, Bocchi sino allo stesso Cavaglieri, hanno reso eterni quei momenti, quei protagonisti, quelle atmosfere.
La mostra propone circa 110 dipinti e una trentina di affiches. Per raccontare, lungo il fil rouge del ritratto femminile, ma non solo, le mode e le pose, le pause dell’intimità e della ricreazione, i momenti pubblici con le escursioni al parco o alle riviere, le promenade e i rendez-vous, le sfilate di moda, le gite al lago o al mare, la vita notturna nei teatri, i veglioni, i casinò, le passeggiate a cavallo, i riti mondani, le galanterie ma anche i vizi e gli eccessi di quest’epoca.
Al centro sempre lei, la donna. Tra vanità e seduzione, tra l’autoreferenzialità del lusso, fantasie e vanità senza freno e gli estremi dell’alcol e della morfina. Specchio di un tempo nel quale l’obbligo della felicità, imprescindibile, diventava sempre più emotivamente oneroso. Alla divulgazione e alla formazione di miti e modelli provvedevano gli affichistes, i pubblicitari di allora, in primis quel Leonetto Cappiello che come pochi altri seppe connotare la pubblicità di quegli “anni belli”. Quei colorati cartelloni per molti rappresentavano l’irraggiungibilità di un miraggio, per altri la certezza dell’oggi. All’orizzonte, tensioni sociali, scontenti, rivolgimenti che portarono a offuscare le melodie delle orchestre con il cupo rombo dei cannoni.

martedì 20 novembre 2007

LUCI D'ARTISTA A TORINO



Di ritorno da un week end torinese, dove sono stata messa all'ingrasso dalla nonna e dalla mamma (ho il dubbio che mi vogliano cucinare a Natale!), volevo rendervi partecipi delle emozioni che si possono respirare passeggiano per le vie del centro di questa bellissima città, che è un vero salotto ai piedi delle Alpi.
Anche quest'anno, nel periodo compreso tra il 5 novembre ed il 15 gennaio, le vie di Torino e, soprattutto quelle del centro, sono illuminate dalle ormai famose "Luci d'Artista".
Osservando le vie e le piazze illuminate da queste opere di luce, si può vivere un'esperienza magica, che ha del surreale e ci avvicina ai contenuti dell'arte contemporanea.
Luci d’Artista illumina la città con un ventaglio di fantasie e colori che per il decimo anno consecutivo mettono Torino al centro dell'attenzione internazionale. Questa mostra d'arte contemporanea open space che dà luce alle vie e alle piazze con suggestive installazioni di forte impatto visivo, contribuisce a diffondere nel mondo un'immagine inedita e innovativa della città sabauda.

La Mole Antonelliana illuminata con l'opra di Merz

Capace di rinnovarsi attraverso la ricollocazione di installazioni già conosciute in luoghi nuovi, la manifestazione si arricchisce inoltre, di anno in anno, di opere inedite.
Lascio questa breve mappa delle opere per chi volesse circumnavigare il centro cittadino, sfidando il gelo (tanto ci si può sempre riscaldare con un bicerin!), vivendo così un'esperienza museale fuori dai soliti schemi.
Protagoniste della X edizione sono le opere di Mario Airò con Cosmometrie in piazza Castello; Enrica Borghi con Palle di Neve in via Roma; Daniel Buren con Tappeto Volante in piazza Palazzo di Città; Francesco Casorati con Volo su... in via Garibaldi; Nicola De Maria con Regno dei Fiori... in piazza Vittorio; Richi Ferrer con Lucedotto in corso Lecce angolo corso Regina Margherita; Carmelo Giammello con Planetario in via Cernaia e via Pietro Micca; Jeppe Hein con Illuminate Benches in piazza Carignano; Rebecca Horn con Piccoli Spiriti Blu al Monte dei Cappuccini; Joseph Kosuth con Doppio Passaggio ai Murazzi; Luigi Mainolfi con Luì in via Lagrange; Mario Merz con Il volo dei numeri alla Mole Antonelliana; Mario Molinari con Concerto di parole ai Giardini Reali; Mimmo Paladino con Schegge di luce alla Palazzina Fiat di corso Agnelli; Domenico Luca Pannoli con L'amore non fa rumore in via Verdi; Michelangelo Pistoletto con Amare le differenze a Porta Palazzo; Jan Vercruysse con Fontane Luminose in piazzetta Reale e Gilberto Zorio con Luce, fontana, ruota ad Italia '61.

Il Monte dei Cappuccini illuminato da tanti spiritelli blu: un'immagine perfetta per chi crede nella Torino magica...

martedì 30 ottobre 2007

CENA CON TARTUFI

Sabato sera, poiché gli antibiotici avevano finalmente sortito effetto e stavo lentamente tornando ad una vita attiva, ho organizzato una cena tra amici che da troppo tempo continuavo a rimandare.
L'occasione si è presentata ancora più ghiotta poiché, grazie alla zia di Casale Monferrato, ero in possesso di un paio di tartufi veramente spettacolari.
Ho dato fondo alla mia sapienza culinaria e credo di essermela cavata egregiamente. Questo il menu sul quale gli ospiti si sono avventati come famelici avvoltoi:
  • Cardo gobbo e topinambur al burro su letto di fonduta. (Con generosa grattata di tartufo bianco d'Alba).
  • Vol-au-vent con fonduta alla piemontese e tartufo.
  • Tajarin burro e salvia con tartufo. (A questo punto la trifola più bella che io abbia mai visto ha fatto il suo trionfale ingresso in tavola ed è stata affettata al momento inebriando l'ambiente a tal punto, che perfino un cane da tartufo avrebbe perso i freni inibitori!)
  • Peperoni al forno con bagna caoda.
  • Bunet alla piemontese. (Un tripudio di cioccolato e amaretti che renderebbe amabile anche un pitbull inferocito).
Vini:
  • Barolo di Fontanafredda
  • Barbaresco Le terre del Barolo
  • Moscato passito

Tutto quanto è stato cucinato con le mie sante manine senza nessun aiuto, (mio marito nel frattempo cazzeggiava sul computer!) se non quello della Bibbia di ogni massaia, ovvero il Cucchiaio d'argento, ma soprattutto, la consulenza telefonica della mia nonnina.
La cena è stata un trionfo e a breve le mie cavie...ops! I miei amici, si offriranno volontari per assaggiare l'altra parte delle mie tradizioni culinarie, ovvero una cena rigorosamente con sapori trentini.
Ma voglio lasciarvi qualche notizia su quella squisitezza che è il tartufo bianco d'Alba, al quale, in passato, sono attribuite anche doti afrodisiache.

I tartufi sono funghi che vivono nel sottosuolo in simbiosi con radici di piante.
Hanno l'aspetto di tuberi costituiti all'interno da una massa carnosa detta "gleba" ed all'esterno da una corteccia detta "peridio"; sono costituiti in alta percentuale da acqua, fibre e da sali minerali assorbiti dal terreno tramite le radici dell'albero con cui vive in simbiosi.
Sono classificati in diverse specie, tra cui le più conosciute per uso gastronomico sono:


  • Il tartufo bianco d'Alba (Tuber Magnatum Pico)
  • Il tartufo nero pregiato (Tuber Melanosporum)
  • Il tartufo nero estivo (Tuber Aestivum o Tuber Uncinatum)
  • Il tartufo bianchetto (Tuber Borchii)
  • Il tartufo nero moscato (Tuber Brumale)


Gli alberi che maggiormente accettano la "convivenza" dei tartufi con le loro radici sono il pioppo, il tiglio, la quercia e il salice. Sono proprio queste piante a determinare il colore, il sapore ed il profumo dei tartufi. Ad esempio i tartufi che crescono nei pressi della quercia, avranno un profumo piu' pregnante, mentre quelli vicino ai tigli saranno piu' chiari ed aromatici.
La forma dei tartufi invece dipende dal tipo di terreno: se questo è soffice i tartufi saranno tendenzialmente lisci e tondeggianti; se compatto e argilloso saranno più nodosi poichè maggior faticheranno a trovar spazio per la crescita nel terreno.
La tartuficoltura studia il particolare fenomeno ormai da decenni con l'obiettivo di riuscire in un prossimo futuro a produrre tartufi in colture arboree sotto il diretto controllo dell'uomo. Per alcuni tipi di tartufi si hanno già buoni risultati (ne sono un esempio le piantagioni per i tartufi neri pregiati), mentre molta strada si deve ancora percorrere per ottenere risultati simili nella produzione dei tartufi bianchi d'Alba, che per questo è così raro e pregiato. La ricerca del tartufo è affidata da sempre al binomio inscindibile tra l'esperienza dell'uomo (il "trifolao", come viene chiamato in Piemonte il cercatore di tartufi) nell'individuare le piante idonee e l'infallibile fiuto del suo cane che, individuato il punto esatto, scava freneticamente per portare alla luce il prezioso e profumato tesoro. La raccolta avviene prevalentemente al calar delle tenebre, più che altro per evitare di favorire la concorrenza degli altri cercatori nell'individuare i luoghi più idonei. Un mondo, quello del tartufo, che richiama inevitabilmente alla durezza di una vita contadina, oggi completamente e fortunatamente cambiata, che un tempo individuava nella possibilità di trovare tartufi da vendere al mercato di Alba e destinati poi alle tavole dei nobili e dei re, una tra le poche occasioni di realizzo e sostentamento. La capitale delle Langhe ha avuto il grande merito di saper valorizzare per prima, da più di un secolo, questo straordinario fungo sotterraneo. Un percorso che è iniziato di pari passo con l'affermazione internazionale dei grandi vini del territorio albese: Barolo e Barbaresco. In questa breve storia non si può non ricordare la figura di Giacomo Morra, albergatore e ristoratore dell'Hotel Savona che, già negli anni '30 battezzò il Tuber Magnatum Pico con il nome Tartufo Bianco d'Alba, che contribuì non poco a far diventare celebre ovunque.


Ancora oggi, questo prezioso frutto della natura continua ad essere un gioiello avvolto dal fascino ed un pizzico di mistero e noi possiamo solo gustarlo e stimarlo come la natura lo ha creato.


domenica 21 ottobre 2007

IN ITALIA E NEL MONDO...

...Cosa mi piace e cosa no.

Beh, finora non sono stata una globeltrotter: qualche viaggetto l'ho fatto, ma di posti da visitare, città da scoprire, sapori da assaggiare, ce ne sarebbero un'infinità e spero tanto di avere la possibilità di conoscere, un po' alla volta, un po' più di mondo! Comunque, questa è la mia short list di cosa amo e cosa detesto, a casa mia e nel resto del mondo, basandomi sulla mia piccola e personale esperienza:

DELL'ITALIA:

  1. Amo la cucina (uff..che banalità! Ma se sono golosa, che ci posso fare?).
  2. Amo le testimonianze del passato: abbiamo una storia affascinante, le antiche vestigia e l'immenso patrimonio artistico, stanno a testimoniarlo.
  3. Amo i dialetti, anche se io parlo malissimo il piemontese e ho una notevole cadenza veneta, senza parlare questo idioma.
  4. Amo la ricchezza di paesaggi: dalle Alpi al mare, dalle colline alla pianura padana, lo sguardo non si stanca mai di tanta bellezza. Infatti adoro viaggiare in auto.
  5. Amo l'ospitalità della gente, in particolare al sud, dove ti senti subito a casa, anche se sei un turista.
  1. Odio la "furberia degli italiani".
  2. Odio il poco senso civico delle persone che prendono le città, ma anche l'aperta campagna come una pattumiera a cielo aperto.
  3. Odio lo stato disastroso delle autostrade, le code chilometriche che si formano, i pedaggi esosi e la carenza cronica di parcheggio nelle città!
  4. Odio il patetico teatrino a cui è ridotta la nostra politica.
  5. Odio il fatto che gli italiani per sventolare un tricolore debbano vincere una partita di calcio.

ALTROVE:

  1. Amo la cucina (anche qui!): io sperimento sempre, mi piace capire le abitudini del posto dove mi trovo e stare a tavola è un ottimo modo per iniziare!
  2. Amo la lingua: anche se io parlo solo un po' di francese e inglese, spesso mi perdo ad ascoltare i richiami dei venditori, una persona che parla al cellulare, una mamma che chiama un bimbo. E ho scoperto, ad esempio, che il tedesco è una lingua musicale e fluida, pur senza capirci una parola!
  3. Amo l'orgoglio patriottico, che da noi langue.
  4. Amo l'osservanza delle regole, che include il rispetto della cosa pubblica.
  5. Amo i costumi folcloristici: in Messico ho rischiato di tornare a casa con scialle e sombrero!
  1. Odio sentirmi dire: "Ah, lei è italiana?", come se avessero già pronto uno stereotipo da appiccicarti addosso: no, non ho i baffi, non suono il mandolino e spiaccico pure due parole nella tua lingua, mica vengo da un mondo alieno!!
  2. Odio i cuscini francesi, avete presente quei tremendi salsicciotti? Ecco, piuttosto me lo porto da casa e la cervicale ringrazia!
  3. Odio le code immense di quelli che io chiamo "turisti forzati" all'ingresso dei musei: scattano foto, senza sapere cosa stanno fotografando, fanno casino tipo gita scolastica e poi si fiondano alla caffetteria a rimpinzarsi come tacchini.
  4. Odio e soffro tremendamente la mancanze del bidet!
  5. Odio l'ansia che mi prende in aeroporto: ho il terrore che mi perdano i bagagli. Quando il mio trolley appare sul nastro trasportatore, finalmente riprendo a respirare.

mercoledì 25 luglio 2007

SICILIA DA (A)MARE!!!

Appena rientrata da un favoloso week end nel verde giardino dove fioriscono i limoni (Gohete docet!), già mi struggo di nostalgia per i profumi, i colori e il mare della Sicilia!
Si parla di mal d'Africa, ma io dopo che sono stata in Sicilia l'anno scorso ho contato i giorni che mi separavano da un'altra mini-vacanza a base di cassata, granita e mare blu!
Questa volta sono stata nel catanese, in occasione del matrimonio di amici. A parte il caldo torrido (ho visto il termometro segnare i famosi 40 gradi all'ombra!), ho veramente goduto di questi quattro giorni di vacanza!
Ho visitato Catania in versione notturna e mi sono incantata davanti al Teatro Bellini che ricorda tanto l'Opera di Parigi (la mia estasi immobile era dovuta anche al fatto che ero talmente ripiena di pasta alla Norma che stavo per scoppiare!); ho fatto il bagno davanti ai faraglioni di Acitrezza (e volevo mangiare i lupini, per calarmi meglio nell'ambientazione de I Malavoglia, ma credo non sia stagione, quindi mi sono rifatta strafogandomi di ricci!). Ho pernottato nella splendida Acireale, immersa nella zona degli agrumeti e vicina alla vippissima Taormina; sono anche stata alle falde dell'Etna, che è impressionante quando, nella luce del tramonto, si tinge di rosa e arancio e incombe con il suo pennacchio di fumo.
Il matrimonio è stato divertentissimo, credo che il gruppo di nove amici che sono giunti dal Veneto potrebbero essere ingaggiati come animatori professionisti per i matrimoni! A parte il caldo assurdo di Augusta alle cinque del pomeriggio e il rischio svenimento in chiesa, è andato tutto bene, ci siamo anche persi una volta sola per arrivare al ristorante!
Unico inconveniente: scendendo dall'altare dopo la lettura del salmo ho inciampato nel vestito e ho infilzato l'orlo con il tacco del sandalo...risultato un bel buco nel vestito nuovodi zecca!
E poi, chi se non la sottoscritta va a beccare l'unica medusa bastarda di tutta la costa catanese??!


La spiaggia di Acitrezza. Sui faraglioni la statua dell'Assunta, a ricordo del romanzo verghiano.


Adesso lascio spazio alle immagini...non sono un granchè perchè la macchina fotografica è stata dimenticata a casa, quindi ho dovuto accontentarmi del cellulare...ah, e poi si dice quando non si può fare a meno delle nuove tecnologie!


Ricci di mare...giusto per uno spuntino sulla spiaggia di Acitrezza!

Il tavolo degli sposi...Auguri Cok e Terry!!!

venerdì 13 luglio 2007

14/07/2007 FESTA DEL REDENTORE

La tradizionale Festa del Redentore di Venezia che ha luogo ogni anno la terza domenica del mese di luglio, è una tra le feste più importanti di Venezia che attrae sia veneziani sia turisti grazie all'imperdibile spettacolo pirotecnico che si svolge nella notte del sabato.
La notte dei fuochi è una tradizione recente, introdotta nel 1978, per dare un'impronta moderna alla festa antica.
La festa celebra infatti l’estinzione della peste che dal 1575 al 1577 colpì Venezia, decimando quasi un terzo dei suoi abitanti. Il 4 settembre del 1576 il Senato approvò la proposta del Doge Alvise Mocenigo di fare un voto solenne per invocare la fine della pestilenza e la salvezza della città. Sarebbe stato costruito un tempio "che i successori anderanno solennemente a visitare a perpetua memoria del beneficio ricevuto".
Fu deciso che il Tempio dedicato al Cristo Redentore sarebbe stato costruito sull'isola della Giudecca dove sorgeva la chiesetta di S.Maria degli Angeli. Il 3 maggio del 1577 con funzione solenne fu posta la prima pietra del nuovo Tempio del Redentore; il Tempio fu ultimato e consacrato nel 1592 a soli 15 anni dalla posa della prima pietra. L'architettura del Tempio del Redentore è opera della genialità dell'arte di Andrea Palladio a cui fu affidato il compito della progettazione.
Venne quindi costruito un ponte di ottanta galee attraverso il canale che venne attraversato da una folla di veneziani scampati alle epidemie. Nel 1677 la peste fu definitivamente debellata e si decise così di festeggiarne la liberazione con una cerimonia religiosa inserita in una festa popolare.
Oggi, nella giornata di domenica si celebra la funzione solenne presieduta dal Patriarca nella chiesa del Redentore alla Giudecca e un ponte di barche che collega Venezia alla chiesa viene costruito per l'occasione nel canale della Giudecca. La celebrazione è seguita da una processione religiosa che
attraversa il ponte votivo di barche, costruito per l'occasione, per collegare la chiesa del Redentore con Venezia e permettere ai veneziani di recarsi a rendere omaggio al Redentore.
Sin dal tramonto del sabato, centinaia di imbarcazioni addobbate e illuminate affluiscono nel bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca. In barca si festeggia e si cena in compagnia, con piatti della tradizione veneziana, in attesa dello spettacolo pirotecnico, che inizia alle ore 23.30 e dura fino a mezzanotte inoltrata. Poi le barche si danno appuntamento al Lido ad attendere l'alba e per fare il tradizionale bagno. Il giorno dopo la festa si conclude con una regata su gondole.
Da quando vivo il Veneto ho sempre festeggiato con amici, veneziani e non, la Festa del Redentore a Venezia persa tra la folla che invade calli e campielli, ma soprattutto la Riva degli Schiavoni e l'isola della Giudecca. ho sempre assistito allo spettacolo pirotecnico, sorprendente per durata ed effetti. Ma quest'anno non mi sono schiacciata in un angolino con il naso in su per attendere il primo botto. Quest'anno ho festeggiato un Redentore diverso, quello dei veneziani veri, la festa sentita dalla gente, sia pur nel suo aspetto profano. Sabato pomeriggio abbiamo raggiunto degli amici a Jesolo. Due ore di coda più tardi, con i limiti di velocità a 50km all'ora rispettati e siamo arrivati a pochi metri dalla spiaggia del Cavallino, in un campeggio dove già erano iniziati preparativi per la serata.
Uomini addetti al barbecue, noi fanciulle alle vettovaglie, a preparare carne e verdure e ad appendere festoni colorati e luminarie, come vuole la tradizione (di solito le barche sono tutte adorne di lucine e lanterne di carta coloratissima e questa usanza è stata ripresa anche da chi festeggia la serata in terraferma).
Poi è scattata la maratona di cibo e bevande: prosecco e cabernet che scorrevano come l'acqua del Piave a primavera e montagne di salsicce e braciole, melanzane e zucchine grigliate, insalata di riso e torte salate. Per finire anguria, tiramisù e torta accompagnate da qualche buon bicchierino di liquore...mancavano le sarde in saor, ma il fegato ha ringraziato per questo!
A mezzanotte sono iniziati i fuochi...si è udito il primo sparo in lontananza e moltepersone si sono incamminate verso la spiaggia, in direzione di Punta Sabbioni, da dove si gode di una buona visuale, seppur lontana. Io sono rimasta al campeggio perché era iniziato il karaoke ed ero ormai lanciatissima, nonostante la mia voce sia quanto di più lontano possa esistere dalla perfezione del mio mito Maria Callas!
Dopo aver massacrato a colpi di stonature Battisti (Dieci ragazze per me), Tozzi (Gloria) e Vasco (Vita spericolata) l'apice l'ho raggiunto nell'interpretazione di Cochi&Renato (Insieme a Francesco che ha il fisique du role!) con L'uselin de la comare...e se si tiene conto del mio accento piemontese doc, lascio solo immaginare il risultato!!!
Sono tornata a casa alle 4 del mattino, con l'umidità che mi era entrata anche nelle ossa, ma felice e divertita...una serata davvero divertente che ha segnato l'inizio dell'estate vera e propria!

Jesolo. La spiaggia del Cavallino

P.S. Le foto dei fuochi e di Palazzo Ducale illuminato risalgono ad un anno fa...diciamo che fanno parte del mio archivio perchè devo ancora scaricare le foto di quest'anno!

martedì 3 aprile 2007

GITA IN RIVIERA

Ormai è arrivata la primavera! Non se ne poteva più di uscire la mattina intabarrati come Belfagor e con le mani ibernate.
Come ad ogni giungere della stagion dei fior di pucciniana memoria, il mio desiderio di pellegrinare tra bellezze artistiche e naturali (meglio se le due si incontrano!) riprende vigore.
Infatti credo di avere un stretta parentela genetica con l'orso, o con qualche altro simpatico mammifero che va in letargo nei mesi freddi. Non mi spiego altrimenti il totale torpore dei sensi in cui precipito alla fine dell'autunno e dal quale riemergo quando le prime, timide margheritine fanno capolino dai prati.
Ecco un suggerimento per un week end di relax, in cui dedicarsi allo sport (trekking, bicicletta), concedersi peccati di gola, il tutto in uno scenario architettonico unico al mondo, che rimanda direttamente ai fasti della Serenissima, o alle goldoniane Smanie della villeggiatura.
La diffusione delle ville aristocratiche lungo il corso del Brenta da Malcontenta a Stra, è stato un fenomeno che per un paio di secoli fra 1500 e 1700, ha testimoniato la potenza veneziana e la propensione del suo ceto dirigente alla teatralità più fastosa anche nel momento del declino che avvenne, del resto, fra un lampeggiare di magnificenza.
La scelta dell'area non riguardava soltanto la sua amenità, il fiume era una preziosa risorsa mercantile, quindi, prima che essere il Brenta della ville, era il Brenta delle osterie dove si mangiava e si poteva alloggiare a buon prezzo (cara vecchia usanza, oggi perduta! se bisogna trovare un difetto a questa incantevole dimensione rurale, sono i prezzi che si trovano stampati sui menu dei ristornati dediti alle specialità della cucina veneziana!).
Già dalla fine del 1400, avere una villa lungo il fiume e godervi la bella stagione con amici e parenti o Vip stranieri era uno status symbol forte. Furono ingaggiati grandi architetti e grandi pittori, da Palladio al conte Frigimelica, da Scamozzi al Longhena, dallo Zelotti ai Tiepolo.
L'effetto visivo della casa, con le adiacenze e i suoi giardini, doveva colpire i visitatori e i viaggiatori con una overdose di bellezze artistiche e naturali armoniosamente fuse nel complesso architettonico. Un'intento splendidamente riuscito, se pensiamo alla sorpresa che ancora oggi, agli occhi del moderno turista, suscita la vista improvvisa di una cancellata che fa capolino tra i salici, di una fontana adorna di ninfe scultoree, di una pioggia di divinità olimpiche che svolazzano nei tersi cieli di un affresco, circondate da stucchi dorati.
Delle circa ottanta ville sopravvissute a quella sorta di eta dell'oro, molte sono visitabili. In particolare, di due di queste perle di pietre, marmi e stucchi, subisco il fascino senza età: la palladiana villa Foscari, a Malcontenta e l'imponente villa Pisani a Stra: più che una villa, un Palazzo Ducale in terraferma. Una vera reggia, dove i fasti del barocco giunti all'apice, vengono disciplinati in un'armonica composizione di sapore classico.
Della prima sono letteralmente innamorata della decorazione pittorica, opera di quel Giambattista Zelotti allievo e collaboratore del mio diletto Paolo Veronese. Negli affreschi di soggetto mitologico e allegorico l'artista non eguagliò certo il maestro nella sua inimitabile capacità di creare figure cangianti di luce e di colore, ma, nonostante lo scempio che il tempo ha compiuto sugli intonaci, sono ancora apprezzabili le capacità di buon colorista dello Zelotti.
Villa Pisani mi è cara per i miei amori letterari (D'Annunzio), ma non solo. È del Tiepolo l'affresco sul soffitto del salone centrale, la Gloria della famiglia Pisani, uno dei capolavori del Settecento veneziano. E, com'è noto, Giambattista Tiepolo è detto anche il Veronese redivivo, per la sua pittura chiara, luminosa, serena.
Poi, come non ricordare le vicende storiche e i personaggi che hanno attraversato i saloni di questa mini-Versailles: Dogi, Napoleone Bonaparte, imperatori asburgici e re d'Italia.
Ma per tornare all'origine del mio amore per la più grandiosa villa della Riviera, il luogo che ispirò al Vate una delle pagine più intense del romanzo dedicato alla sua avventura amorosa con la divina Eleonora Duse, occorre uscire dalle sale monumentali e perlustrare il parco.
Qui, tra architetture più mosse ed articolate, aggirandosi tra le scuderie e le torrette disseminate lungo la recinzione, tra la casa dei freschi" cioè la ghiacciaia e le "orangerie", ovvero le serre degli agrumi, prima o poi, ci si imbatte nel labirinto di siepi di bosso, uno dei tre labirinti in siepe sopravvissuti fino ad oggi in Italia.
Elemento simbolico per eccellenza, concepito inizialmente come circolare e ispirato, con la torretta servita da una doppia elica che conduce alla statua di Minerva, a una rituale conquista della saggezza, fu qui che Gabriele D'Annunzio scelse di ambientare una pagina di struggente malinconia della storia della Foscarina.

martedì 13 marzo 2007

GIORNATA TORINESE

Un paio di settimane fa sono stata a Torino qualche giorno.
L'occasione è stata la laurea di mia sorella (che tra l'altro è stata un successo). Come al solito, al ritorno, la nostalgia per la mia città, per le mie abitudini, che ogni volta che torno restano invariate, si è fatta sentire parecchio.
Perché Torino è una città unica. Sarà anche che per me e sempre un po' tornare a casa, ma non posso fare ameno, troppo a lungo, della sua bellezza un po' decadente, come quella di una vecchia signora dell'Ottocento.
Tante sono le cose che rendono la mia città speciale, ma alcune sono fondamentali: il cielo, innanzitutto. Quel cielo che nelle giornate limpide è una splendida corona azzurra, permeata dal profumo della neve e dei prati della val di Susa e frastagliata dal profilo delle Alpi. Poi, la collina: i bei declivi al di la del Po, sovrastati dal candido profilo delle colonne di Superga, cesellati dallo splendore di ville in stile liberty, che hanno ispirato artisti di tante epoche e, al fondo, la Gran Madre che, maestosa, raccorda l'oltrepo con piazza Vittorio.
Ma un posto d'onore lo merita il centro cittadino, il cosiddetto salotto buono di Torino. Mi si apre il cuore a camminare sotto i portici respirando il profumo di cioccolata che esce dai caffè e dalle pasticcerie, che nei secoli sono rimaste identiche e che su di me ha lo stesso effetto delle madleine di proustiana memoria. E poi, ancora, la Mole, con il suo profilo eclettico che domina la città; la zona universitaria, così ricca di ricordi per tante generazioni (persino passare davanti a quel "mostro" di Palazzo Nuovo, mi provoca un'emozione!). Per me, in particolare, i luoghi della memoria, sono il bar Pekoe, quello con il biliardo (causa di tante lezioni di letteratura latina perse!) e la libreria Genesi, con Oscar,simpatico bastardino bianco e nero che ti accoglie sulla porta. Dopo l'immersione nei ricordi studenteschi, si prosegue per piazza Castello, con il Palazzo Reale e Palazzo Madama, che se si ha tempo di visitare, è come fare un viaggio a ritroso nei secoli; un omaggio a piazza San Carlo meta di juventini in festa, che mi auguro torni presto sede di feste bianconere e poi, d'obbligo, un tour per i tanti parchi cittadini, primo tra tutti il Parco del Valentino con il Castello e il borgo medievale, a cui sono legati i ricordi degli anni del liceo, quando era scoppiata la mania dei pattini a rotelle e dello skateboard e con Silvia ci siamo divertite a distruggerci le ginocchia sui sentieri.
E infine, vogliamo mettere un bel giro di negozi tra via Po, via Roma e via Garibaldi, fino in Piazza Statuto, con tappa al Quadrilatero per una fetta di torta e un tè nella graziosa tisaneria di via delle Orfane?
Insomma, ci sarebbe da scrivere un libro, ma credo che la più bella testimonianza su Torino l'abbia scritta Culicchia con Torino è casa mia, che raccoglie davvero tutti i luoghi del cuore di chi è nato e cresciuto in questa piccola Parigi dal fascino antico, ma, in certe sue espressioni, modernissimo.
Poi sono tornata a casa mia, ma è più forte di me: io mi sento veramente a casa quelle mattine che devo fare una corsa assurda per prendere il 13, storico tram che ha scarrozzato generazioni di studenti, che attraversa tutto il centro e che passa ogni morte di Papa; sono a casa quando mi sveglio e dalla finestra, lontano, alla fine di tutto il groviglio di tetti di condomini e palazzoni, scorgo il profilo del Monviso. Casa è prendere un gelato da Fiorio, o da Pepino, e sedersi a gustarlo sulle panchine di piazza Carignano, dove pare che Nietsche abbia abbracciato un cavallo, manifestano i primi segni della sua follia e intanto osservare Palazzo Carignano e pensare che li ha preso forma il primo parlamento italiano, che probabilmente sull'acciottolato dove ho lasciato decine di tacchi, passeggiava anche Cavour.
Essere a casa vuol dire, alla sera, buttarsi in quel carosello di auto che è la zona dietro piazza Statuto, per trovare un parcheggio e poi perdersi per le viuzze del Quadrilatero, l'antico tracciato romano, oggi zona cool e piena di localini alla moda o presunti tali. Oppure, perché no, andare in via Santa Chiara, entrare in un portone un po' oscuro, scendere le scalette del cortile ed entrare nella "scatola magica", ovvero nella sede storica del circolo Amici della Magia, fucina di grandi artisti, che hanno fatto della prestigiazione un'arte delicata e senza tempo.
Ecco, lo sfogo sentimentalista è finito...non mi resta che aspettare la prossima occasione per una full immersion torinese!