La mia vita è cambiata da quando sono diventata mamma... Allora mi sono detta: "deve cambiare anche il mio blog!". E questo è quello che ne è saltato fuori!
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martedì 28 agosto 2007

IL BARBIERE DI SIVIGLIA

Ultimo appuntamento con la stagione areniana. Mi mancava solo la Bohéme e quest'anno avrei fatto l'en plein! (ma del resto la Bohéme non ce la vedo molto ambientata in un anfiteatro romano...si presta di più ad un ambiente più raccolto, almeno questa è la mia idea, visto il carattere intimo dell'opera pucciniana).
Ma torniamo al capolavoro rossiniano che ho avuto modo di vedere con uno spettacolare e coloratissimo allestimento a cura di Hugo de Hana.
Anche Il Barbiere di Siviglia è un’opera di non facile ambientazione in un palcoscenico così vasto come quello dell’Arena di Verona; Hugo de Ana ha realizzato uno spettacolo nel quale le situazioni vengono amplificate in un grande gioco scenico, ponendo tutti i protagonisti, dagli artisti dei ruoli principali ai mimi, ai ballerini e ai coristi, al servizio della musica di Rossini.
Lo spettacolo complessivo ricorda l’allestimento di un musical. Nelle intenzioni di de Ana, lo spazio scenico è concepito come un giardino dell’amore, un labirinto nel quale si snodano gli intrighi e gli equivoci propri della storia tratta da Beaumarchais.
A me il labirinto abitato da farfalle gigantesche e colmo di rose rosse, mi è piaciuto tantissimo, sarà perché mi ricordava Alice nel paese delle meraviglie di Walt Disney.
Indubbiamente il merito di tanto successo va anche alle coreografie di Leda Lojodice, perfette per una scenografia tanto "ingombrante".


E poi non sono certo mancate le voci: Francesco Meli, al suo debutto in Arena, è stato un Conte di Almaviva che ha soddisfatto le aspettative. Annick Massis fraseggia così bene e ha voce così fresca che scandalizza affato la scelta che sia un soprano ad interpretare Rosina. Scoppiettante e divertentissimo Bruno De Simone (Bartolo), bravo anche Orlin Anastassov (Don Basilio). Una nota merita Francesca Franci, che ho avuto l'onore di conoscere personalmente: una Berta così vezzosa, da non sembrare affatto "vecchietta e disperata", ma piuttosto in vena di volersi assolutamente godere la vita, ha dato un ulteriore tocco di brio che non guastava in un insieme tanto giocoso e felice.
Unica pecca di uno spettacolo davvero scoppiettante (in senso letterale, c'erano anche i fuochi d'artificio nel finale!), è stata la direzione di Claudio Scimone: orchestra sottotono fin dall'overture, che trasforma Il Barbiere in un'opera stanca, a tratti pesante. Tempi lenti, nessun colore, nessuna dinamica, sono davvero lontani da ciò che ci si aspetta dall'opera buffa per antonomasia, ma alla fine un'ottimo cast, una sceneggiatura da favola (nel vero senso della parola!) e il fascino sempiterno dell'Arena, riscattano in pieno forse la più meritevole rappresentazione di questa stagione areniana.

lunedì 20 agosto 2007

VA PENSIERO. NABUCCO ALL'ARENA

Bellissima e calda serata di agosto all'Arena di Verona. Pioggia scongiurata e la solita fila interminabile per l’ingresso alle gradinate non numerate, ma affluenza di pubblico non eccessivamente pressante.
Dopo la Traviata, da vera melomane torno ad appollaiarmi sulle gradinate dell'anfiteatro per gustarmi il Nabucco, l'opera che Giuseppe Verdi scrisse appositamente per per la voce di sua moglie Giuseppina Strepponi, che rivive nella magica atmosfera dell'Arena. L'orchestra si presenta in ottima forma, diretta magistralmente da Daniel Oren (che non si smentisce mai e spicca numerosi saltelli sul podio) e splendidamente e la messa in scena si avvale di un Leo Nucci in grande forma ancora sorprendente per vocalità e sonorità qualitativamente ottime, con la sua bella voce ormai da tempo plasmata perfettamente per interpretare i “pesanti” ruoli verdiani.
Curiosità attorno all’Abigaille di Susan Neves, che all’apparire in scena faceva sperare in una gran qualità vocale. Invece, la cantante ha dato molto all’inizio, ma è andata appannandosi man mano che il ruolo pretendeva una vocalità incalzante. Bello il colore della voce, ma il controllo dell’emissione era modesto e l’impeto della cabaletta “Salgo già del trono aurato” si era già appiattito nel cantabile che la precede. Un vero peccato, perché dal Soprano, di considerevole stazza sia fisica che vocale, ci si aspettava molto di più.
D'obbligo menzionare le capacita e la qualità del Coro, diretto da Marco Faelli, che ha eseguito anche l’immancabile bis del “Va pensiero”.
Sobrie (del resto non previste nell’Opera) le coreografie di Maria Grazia Garofoli con il Corpo di Ballo dell'Arena di Verona, altrettanto sobri i costumi di Denis Krief, autore anche delle scene e della regia.
Davvero particolare la scenografia (è la stagione delle scenografie insolite all'Arena!): un misto tra il futuristico della bassa torre dorata sulla destra della scena, simbolo del potere di Nabucco, ma anche prigione del sovrano nel terzo atto, e la “Bauhaus” di un doppio “tempio-gabbia”, destinato agli ebrei, con annesso crollo rovinoso (ed alquanto polveroso), nel primo atto, dei libri sacri, veri e propri “mattoni” del Tempio di Gerusalemme. Le luci sono state determinanti nel dare un senso di continuità e coerenza alla scena.
Nella regia, sempre di Krief, il richiamo al regime nazista, accostato all'imperialismo di Nabucco (perfino nel passo dell'oca usato dalle sue truppe in scena), era lampante, ma non particolarmente coinvolgente.
La regia del Krief, in definitiva, sia pur facendo egli entrare in scena Nabucco a cavallo, provocando i suddetti crolli e facendo inerpicare pericolosamente il coro dentro le “gabbie” del Tempio, non ha provocato particolari emozioni e tutto lo spettacolo è stato permeato da quel senso di routine che ha appiattito la rappresentazione.


Un Nabucco dal quale ci si aspettava moltissimo, ma che, sia pur nell’alta qualità complessiva mantenuta, ha “inciampato” nella consuetudine ormai forzata della ricerca dello “spettacolo” e dell' "insolito" a tutti i costi, a discapito della resa complessiva della messa in scena.

mercoledì 8 agosto 2007

4 AGOSTO 2007. LA TRAVIATA ALL'ARENA DI VERONA

Sabato 4 agosto in un'Arena gremita, come di consuetudine, per l'occasione, è andata in scena la prima della Traviata, con la regia dissacratoria di Graham Vick.
L'allestimento di quest'anno si era già visto nella città scaligera in occasione del festival del 2004, e come allora, anche quest'anno una buona parte del pubblico non ha apprezzato le scelte provocatorie del regista. In particolare, oltre alla scenografia rutilante, non priva di riferimenti alla vogarità contemporanea, poco felice è stata la scelta di innalzare un enorme cuore rosso che rendeva difficile la visuale, soprattutto per il pubblico delle gradinate.


Dopo il duetto del primo atto le proteste che già serpeggiavano si sono tramutate in un coro di "a casa!" e "vergogna!" all'indirizzo del regista. L'orchestra non riusciva a riprendere l'esecuzione e la povera soprano sola sul proscenio non ha potuto far altro che aspettare che per lo meno la scenografia fosse un po' abbassata, in modo da rendere migliore la visuale.
Anche il resto delle scene sono state all'altezza delle aspettative di chi (pochi!) si aspettava una Traviata cinica e contemporanea. Violetta Valery, donna di facili costumi (in fondo, nonostante la beatificazione che ha subito la Signora delle camelie nel corso del Novecento, ricordiamoci che lo stesso Verdi disse che "una puttana rimane una puttana"), si muove in una sorta di circo mediatico: il suo è un mondo dove sesso e soldi e perversioni predominano, insomma un mondo fatto di lustrini e superficialità, dove la volgarità dilaga e dei valori morali non rimane che da salvare la facciata.
Le scene di massa sono l'apice di questa Traviata che ben si addice all'era di vallettopoli: le feste sfrenate sono all'insegna dell'alcol e dei soldi, i vestiti esagerati, il tutto sotto i flash dei paparazzi. Il kitsch dilaga volutamente, a volta prorompe sulla scena, come nel caso della bambolona bionda gigante e del ventaglio con le carte, dove le regine sono donnine nude, che trasforma il salotto di Flora in un casino di Las Vegas.
La Travita, seppur dissacratoria, resta pur sempre un melodramma borghese, intrecciato di emozioni e commozione, ma purtroppo questo aspetto si è perso nella cinica visione di Vick, lasciando una sensazione di gelido distacco anche nel pubblico.
Da un punto di vista tecnico , la direzione musicale di Julian Kovatchev è stata un po' generica, priva di slanci espressivi, nonstante il ritmo sfrenato dell'insieme.
Inva Mula è stata una Violetta senza infamia e senza lode, con anche dei bei momenti di limpidezza vocale ed una voce sicuramente matura e sensuale. A sua discolpa c'è da dire che la tensione provocata dalle proteste del pubblico proprio prima dellua sua scena in chiusura del primo atto (è strano, è strano, in core ho scolpiti quegli accenti...Follie, follie! Sempre libera...), non l'ha certamente aiutata a superare l'ansia della prima.
Bravo Roberto Aronica, un Alfredo squillante e volitivo.
Bravissimo Ambrogio Maestri alias Germont, elegante nel fraseggio e capace di rendere il senso del melodramma del grande Giuseppe Verdi.
Deludente il finale, almeno per me: Violetta che morente abbandona la scena dopo aver lasciato cadere un mazzo di fiori, (su un già folto tappeto di fiori, che ricorda i funerali di Lady D!) invece che spirare tra le braccia di Alfredo, proprio non ci sta: insomma, almeno all'opera un po' di sano tradizionalismo ci vuole, se non nel complesso della regia, almeno in alcuni passagi obbligati dal punto di vista recitativo!

Alla fine grandi applausi per i cantanti, fischi e non solo per Graham Vick che a ottobre porterà la sua Traviata in Inghilterra...ma secondo me avrebbe più successo a Broadway!

lunedì 25 giugno 2007

IL CIRCO INVISIBILE

Venerdì sera, sera d'estate. Passeggiata alle porte di Torino in un complesso ambientale-architettonico dal fascino straordinario. I vasti Giardini, l'imponente Reggia barocca, l'immenso Parco de La Mandria e il suggestivo Borgo Antico sono monumenti alla magnificenza ed alla bellezza che hanno appena ritrovato il loro antico splendore, grazie ad un complesso restauro durato più di dieci anni.
In una cornice che non si dimentica, si alterneranno spettacoli, eventi, concerti e mostre d'eccezione.
E' difficile definire uno spettacolo come quello ideato e messo in scena da Jean Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin, con la collaborazione della Fondazione Teatro Regio di Torino.
Per quasi due ore si susseguono senza interruzione trucchi, battute, gag, acrobazie… ma se si dovesse riassumere in breve ciò che Le Cirque Invisible rappresenta, probabilmente la parola esatta per farlo sarebbe "magia".
Lei è la figlia del grande Charlot e lui è suo marito. Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée sanno far sognare senza bisogno attrazioni esotiche, solo con la magia.
Lui diverte con i suoi modi di vecchio fanciullo, istrionico e fracassone, proponendo la più esilarante parodia dei tradizionali spettacoli di prestigio; lei, ammantata dall’aura che comporta essere figlia di una delle più celebrate icone della storia del cinema, appare invece come un essere evanescente. Silenziosa, con il suo sguardo stupito, gli occhi spalancati di bambina un po' impaurita, i vestiti pronti a trasformarsi in pochi attimi in un fantastico zoo immaginario. Bisogna dimenticarsi di essere adulti, quando si guarda il Cirque Invisible. Tutto si svolge in un fluire apparentemente privo di ogni fatica, naturale e spontaneo, dove i due artisti sono allo stesso tempo i fantasisti, gli illusionisti, i funamboli, i prestigiatori, i clown, i musicisti di questo volo della fantasia.
In uno scenario surreale, quasi privo di strutture di scena, si assiste alla pratica dimostrazione di come l'incantesimo del teatro possa trasformare la realtà delle cose.

martedì 19 giugno 2007

ARTURO BRACHETTI AL CIRCOLO AMICI DELLA MAGIA DI TORINO

Ieri sera serata magico-letteraria: vado a sentire la presentazione del libro "Fregoli raccontato da Fregoli" a cura di Arturo Brachetti, che per l'occasione fa ritorno nella sede storica del Circolo Amici della Magia.
Il grande attore-trasformista, ha parlato della storia e dei segreti della sua arte e d ha presentato l’autobiografia di Leopoldo Fregoli, stella di prima grandezza dello spettacolo italiano durante la belle époque, attore, mago e trasformista, creativo inventore di un genere incredibile e affascinante.
I temi trattati sono stati tanti, ecco un sunto rapido degli argomenti di cui Arturo Brachetti ha parlato per quasi due ore, con una capacita di tenere il palco impressionante ed una verve travolgente nel destare l'attenzione di un pubblico curioso:

- Il costume e la maschera
- I primi trasformisti
- Fra Ottocento e Novecento
- Fino ai giorni nostri
- Trasformisti nel mondo
- Trasformismo e televisione
- I segreti del trasformismo
- Tecniche svelate
- Le metamorfosi
- La caratterizzazione
- Il grande Leopoldo Fregoli.

A seguire si è parlato del libro, ovvero il romanzo della vita di Leopoldo Fregoli, un testo pubblicato la prima volta nel 1936 ed oggi riprodotto in versione integrale, è lo specchio dell’epoca in cui è stato scritto, documenta una carriera artistica folgorante e originalissima.Il libro esce in occasione del 140° anniversario della nascita di Leopoldo Fregoli, il “mago del trasformismo”. E vuole essere un tributo all’artista che ha creato un genere, per ricordarlo e riscoprirlo. Oggi il trasformismo è nuovamente in auge grazie al talento di Arturo Brachetti, che sta affascinando le platee del mondo intero. Chi meglio di lui poteva presentare l’autobiografia dell’eclettico fantasista romano? Brachetti ci parla della storia di questa arte teatrale e dei suoi segreti. E la sua presentazione diviene così un libro nel libro.

Guardate http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200703articoli/19890girata.asp se volete saperne di più su Leopoldo Fregoli!