La mia vita è cambiata da quando sono diventata mamma... Allora mi sono detta: "deve cambiare anche il mio blog!". E questo è quello che ne è saltato fuori!
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martedì 19 gennaio 2010

ARTEMISIA: PASSIONE ESTREMA

Per riprendere a scrivere su queste pagine, ho deciso di "raccontare" un personaggio che a me piace molto, come donna ecome artista:Artemisia Gentileschi.
Artemisia fu una donna che osò andare contro le convenzioni del suo tempo, che seppe crearsi una carriera, ottenne riconoscimenti in un ambiente prettamente maschile e maschilista.
Artemisia Gentileschi è una delle poche protagoniste femminili della Storia dell'arte europea. Ma è anche la protagonista di una torbida vicenda a tinte fosche o, per meglio dire, "caravaggesche", infarcita di elementi sentimentali, erotici, patetici e fantastici, in una brillante fusione romanzesca; insomma Artemisia è la protagonista ideale del romanzo ideale (e infatti svariati romanzi e film si sono ispirati alla sua vita). Certamente la carriera artistica (come qualsiasi altra carriera) era in quell'epoca pressoché impraticabile per le donne, costrette nei limiti che la società imponeva loro: limiti di natura culturale, ovvero assenza pressoché totale di una preparazione scolastica, e familiare. Artemisia Gentileschi, che ebbe modo di fare fruttare il suo talento, è stata una delle poche donne sfuggite tra le maglie di questo rigidissimo sistema sociale, tuttavia la sua sofferta vicenda privata si è spesso sovrapposta a quella di pittrice. Negli anni Settanta del secolo scorso, la sua popolarità ha raggiunto il vertice soprattutto per via della vicenda che la vide accusare il suo violentatore (al punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici, la coseddetta sibilla, per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solo un dolore fisico). Artemisia è divenuta così il simbolo del femminismo e del desiderio di ribellarsi al potere maschile: tuttavia questo fatto le fece un grande torto: l'avere spostato l'attenzione sulla vicenda dello stupro, mettendo in ombra i suoi meriti professionali, ormai ampiamente riconosciuti dalla critica.
Vissuta durante la prima metà del XVII, riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica ripresa dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stile che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630. Nata a Roma nel 1593, Artemisia mostrò ben presto un talento precoce, che venne nutrito dallo stimolante ambiente romano e dal fermento artistico che gravitava intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da altri pittori, amici e colleghi del padre. La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia è la Susanna e i vecchioni del 161o. La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese, che aveva preso le mosse da Annibale Carracci. Per la critica è stato impossibile non associare la pressione esercitata dai due vecchioni su Susanna al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel 1611 la stuprò. Il padre denunciò il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto "rimediare" con un matrimonio riparatore. Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data alla figura di Artemisia Gentileschi. La tela, che raffigura Giuditta che decapita Oloferne, impressionante per la violenza della scena che raffigura, è stata interpretata in chiave psicologica e psicanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Dopo la conclusione del processo, Orazio combinò per Artemisia un matrimonio con Pierantonio Stiattesi. A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo. Nel 1616 venne accettata nell'Accademia delle Arti e del Disegno, prima donna a godere di tale privilegio; dimostrò di saper tenere buoni rapporti con i più reputati artisti del tempo e di saper conquistare i favori e la protezione di persone influenti. Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale rilievo Michelangelo Buonarroti il giovane, il nipote di Michelangelo: impegnato a celebrare la memoria dell'illustre antenato, questi affidò ad Artemisia l'esecuzione di una tela. La tela in questione rappresenta una Allegoria dell'Inclinazione (ossia del talento naturale). Nel 1621 Artemisia lasciò il marito e tornò a Roma con le figlie. Artemisia dimostrò di avere la giusta sensibilità per cogliere le novità artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa straordinaria stagione artistica di Roma, lanciata verso i virtuosismi del barocco e meta obbligata di artisti di tutta Europa. Tra il 1627 ed il 1630 si stabilì, forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della città lagunare che ne celebrarono le qualità di pittrice. Nel 1630 Artemisia si recò a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e più ricche possibilità di lavoro. L'esordio artistico di Artemisia a Napoli è rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte.Poco più tardi il trasferimento nella metropoli partenopea fu definitivo e lì l'artista sarebbe rimasta, salvo la parentesi inglese,per il resto della sua vita. Napoli fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria dove ricevette attestati di grande stima ed ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte. Dopo tanto tempo padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica. Orazio inaspettatamente morì, assistito dalla figlia, nel 1639. Carlo I era un collezionista fanatico e la fama di Artemisia doveva averlo incuriosito: non è un caso che nella sua collezione fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione, l'Autoritratto in veste di Pittura. Alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia lasciò l'Inghilterra e tornò a Napoli dove si spense nel 1653.
Nel XX secolo, negli anni del movimento femminista, la Gentileschi divenne un vero e proprio simbolo del femminismo internazionale: associazioni e cooperative le si intitolarono (a Berlino l'albergo "Artemisia" accoglieva esclusivamente la clientela femminile) riconoscendo in essa una figura culto, sia come rappresentante del diritto all'identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma della sofferenza, dell'affermazione e dell'indipendenza della donna. Per la nota polemista e leader del movimento femminista internazionale Germaine Greer Artemisia Gentileschi fu la grande pittrice della guerra tra i sessi. Questa lettura a senso unico della pittrice ha creato giusti malumori tra gli storici dell'arte, poichè tale affermazione di fatto è estremamente riduttiva:
un pittore con tanto talento come la Gentileschi non può limitarsi a un messaggio ideologico.

È qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. Una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: la rivendicazione femminile.
Roland Barthes (saggista e critico letterario di orientamento strutturalista)

lunedì 28 gennaio 2008

CA' PESARO

Riprende la lista dei musei e delle mostre a mio parere imperdibili per conoscere meglio l'enorme patrimonio artistico e culturale del nostro bistrattato Paese.
Oggi parlerò di Ca' Pesaro, sede della Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Venezia.
Sono molto affezionata a questo monumento all'evoluzione dell'arte nel corso dell'Ottocento e del Novecento, perché qui mi è stata data la possibilità, a partire dall'anno scorso, di mettermi alla prova come guida museale per le scuole. Per questo non finirò mai di ringraziare l'Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti Veneziani che mi ha permesso di coltivare così una mia passione, accresciuta nel tempo, grazie ai miei studi, e mi ha offerto la possibilità di accrescere la mia cultura storico-artistica, grazie al programma di formazione curato dalla stessa Associazione.

UN PO' DI STORIA...
Il grandioso palazzo, ora sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna, sorse nella seconda metà del XVII secolo, per volontà della nobile e ricchissima famiglia Pesaro, su progetto del maggiore architetto del barocco veneziano, Baldassarre Longhena.
Nel realizzare Ca’ Pesaro, capolavoro dell’architettura civile barocca veneziana, Longhena si ispirò alla classicità sansoviniana, elaborando soluzioni e linguaggi capaci di esprimere una nuova, sontuosa armonia. Ne è esempio la grandiosa facciata sul Canal Grande, dalla composizione complessa, possente eppure equilibrata. Non meno regale è il vastissimo androne (portego), che si contrappone alla chiara luminosità del cortile. Sontuoso e imponente, ma armonico e organico nella struttura, il palazzo fu arricchito costantemente, già durante i lunghi anni della costruzione da un altrettanto importante apparato ornamentale degli interni. Di esso, il palazzo conserva ancora oggi alcuni decori a fresco e a olio dei soffitti, dovuti ad artisti come Nicolò Bambini, Pittoni, Crosato, Trevisani, Brusaferro.
Acquistata infine dalla famiglia Bevilacqua, Ca’ Pesaro divenne proprietà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa. Fu lei a destinare il palazzo ad accogliere opere d'arte moderna, donandolo a questo scopo alla città.
Oggi, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’Pesaro, ospita importanti collezioni otto-novecentesche di dipinti e sculture, tra cui spiccano capolavori di Klimt, Chagall e notevoli opere da Kandinsky a Klee, da Matisse a Moore, oltre a una ricca selezione di lavori di artisti italiani e un importante gabinetto di grafica, offrendo ai suoi visitatori una suggestiva e complessa chiave di lettura dell’evolversi di un periodo storico - artistico cruciale.
Nell’androne sono esposte alcune sculture di grandi dimensioni, di Manzù, Vedova e Viani.
Si sale lo scalone che porta al primo piano e ad accoglierci troviamo un maestoso Pensatore, un'enorme scultura in gesso opera di Auguste Rodin. Le opere nelle sale del primo piano, sono così suddivise: la prima sala ospita l’Ottocento veneziano, con le opere dei paesaggisti Ciardi e Caffi, e la pittura verista di Nono e Favretto; la seconda sala è dedicata all’Ottocento italiano, in particolare ai Macchiaioli e alla pittura divisionista, oltre ad una raccolta inedita delle cere opalescenti di Medardo Rosso, donate dallo stesso artista al museo dopo la Biennale del 1914.
Il Salone centrale raccoglie opere provenienti dalle prime Biennali, fino agli anni Trenta. Tra le opere maggiori, spicca la splendida quanto inquietante Giuditta II (o Salomè) di Klimt, manifesto della Secessione Viennese; sempre in ambito secessionista, ma questa volta a Monaco, fu realizzata la tormentata Medusa di Von Stuck; il "pittore della memoria" Marc Chagall, è presente con il sorprendente Rabbino di Vitebsk, che mostra il legame tra l'artista la prima fase parigina delle ricerche di Picasso; sono presenti anche i padri dell'astrattismo, Kandinskij e il più giocoso Klee. Si passa poi nelle sale dei lasciti: troviamo la scultura enigmatica di Adolfo Wildt e la collezione De Lisi, con opere di Morandi, Kandinskij, Casorati, De Chirico e Mirò. Si passa poi nelle sale dedicate all’arte degli anni Cinquanta: il movimento di Ca’ Pesaro, con le sculture giovanili di Arturo Martini e i quadri di Gino Rossi; l’arte internazionale e anche quella italiana di quel periodo di fermento artistico, ricco di contaminazioni.
Infine, accolti da una sorprendente e inedita Partigiana Veneta di Leoncillo Leonardi, ci si ritrova nella sezione dedicata a Venezia, al Fronte Nuovo delle Arti e allo Spazialismo, forse l'ultima delle post avanguardie, che abbia veramente espresso contenuti nuovi, inediti e per certi versi scandalosi, per il semplice fatto che era un'arte di denuncia, di impegno sociale.

martedì 15 gennaio 2008

IL PALAZZO DUCALE DI VENEZIA


E’l nome al proferir de sto Pitor
A mi me par
Veder Venetia a muoverse, e a parlar
(Come se viva aponto) in sto tenor.
Mio gran dileto è Paulo Caliari,
Quel, che in figura quà me fà resplender,
Quelo, che me hà obligà per lù de spender
A l’ocorenze i mij tesori rari.

Marco Boschini (La carta del navegar pitoresco)



Volevo riprendere la sezione sugli itinerari artistici, e poiché si sta avvicinando Carnevale, perché non dedicare un post ad una delle tante meraviglie di Venezia?
Inoltre io sono letteralmente soggiogata dalla bellezza di questa città e dei suoi monumenti. Quando mi sono trasferita in Veneto, ho colto l'occasione della mia tesi di laurea per svolgere una ricerca approfondita sulla storia, sull'arte e sulle istituzioni della Serenissima Repubblica di Venezia.
Sono rimasta così invischiata nel fascino senza tempo di questa città che ha conquistato poeti, letterati e uomini illustri, che è quasi come se l'avessi eletta la mia patria spirituale (in fondo però sono sempre un tenero giandujotto!).
Nei mesi in cui si è prolungata la fase di ricerca della mia tesi, Palazzo Ducale è diventato la mia seconda casa, tanto che alla fine conoscevo tutti i custodi e i guardia sala, i quali al mattino mi salutavano sorridenti quando arrivavo infreddolita e trafelata ad infilarmi per l'ennesima volta in quel labirinto di sale, corridoi e scale che hanno visto i fasti di un'epoca di glorie militari e salottiere.
Certe mattine gelide, in cui non si vedeva nemmeno un visitatore, a parte qualche sparuto giapponese armato di fotocamera ultra accessoriata, mi sembrava quasi che i quadri dei dogi e dei procuratori mi guardassero incuriositi e che le bellezze bionde che rifulgono sui soffitti sorridessero vezzose che qualcun fosse di nuovo li ad ammirare tanta bellezza, con il naso in su, dimenticandosi del freddo e del mondo esterno.
Mi mettevo in qualche angolino, per avere una visuale diversa della sala e mi immaginavo di tornare indietro di 500 anni, di assistere al lavoro incessante dei pittori, quasi Tiziano e Paolo Veronese sfilassero davanti ai miei occhi e alla mia cervicale indolenzita.
Oppure mi immaginavo di assistere ad uno sciame di dame elegantissime e bellissime che si stavano recando nella Sala degli Scarlatti, anticamera delle feste private del Doge, e mi sembrava quasi di sentire il fruscio delle preziose vesti di broccato e d'oro ricamate, di pietre preziose.
Poi tornavo fuori e Venezia mi accoglieva con tutta la bellezza del mezzogiorno. Il bacino di San Marco era avvolto nella bruma, oppure splendeva di mille piccole lucine nel pallido sole invernale. Comunque mi beavo di uno degli spettacoli più belli del mondo, che nemmeno sapevo se ero tornata al presente o se stavo ancora proseguendo il mio sogno. Poi, siccome era inverno, spesso un rivolo d'acqua salmastra arrivava a bagnarmi l'orlo dei pantaloni. Allora capivo che la marea stava cambiando e che era meglio allontanarsi dalla piazza e cercarmi un bacaro dove stare all'asciutto e mangiare qualche cicchetto accompagnato da un'ombra de vin.


Per chi si avvicinasse per la prima volta questo a monumento, io consiglio di seguire l'itinerario consigliato dalle guide, di non voler a tutti i costi vedere tutto in un paio d'ore, ma di godersi con calma il susseguirsi di splendori che vi accoglieranno in ogni sala. Magari leggete qualcosa sulla storia di Venezia, basta andare sul sito dei Musei Civici Veneziani e troverete tante nozioni interessanti.
Il Palazzo Ducale è uno simboli della città di Venezia e l'architettura è uno dei capolavori del gotico veneziano, sorge nell'area monumentale di piazza San Marco, tra la Piazzetta e il Molo. Antica sede del Doge e delle magistrature veneziane, ne ha seguito la storia, dagli albori sino alla caduta: visitarlo sarà come fare un salto nella storia e rendersi conto di cosa sia stata la grandezza, anche politica, della Serenissima Repubblica di San Marco.

martedì 20 novembre 2007

LUCI D'ARTISTA A TORINO



Di ritorno da un week end torinese, dove sono stata messa all'ingrasso dalla nonna e dalla mamma (ho il dubbio che mi vogliano cucinare a Natale!), volevo rendervi partecipi delle emozioni che si possono respirare passeggiano per le vie del centro di questa bellissima città, che è un vero salotto ai piedi delle Alpi.
Anche quest'anno, nel periodo compreso tra il 5 novembre ed il 15 gennaio, le vie di Torino e, soprattutto quelle del centro, sono illuminate dalle ormai famose "Luci d'Artista".
Osservando le vie e le piazze illuminate da queste opere di luce, si può vivere un'esperienza magica, che ha del surreale e ci avvicina ai contenuti dell'arte contemporanea.
Luci d’Artista illumina la città con un ventaglio di fantasie e colori che per il decimo anno consecutivo mettono Torino al centro dell'attenzione internazionale. Questa mostra d'arte contemporanea open space che dà luce alle vie e alle piazze con suggestive installazioni di forte impatto visivo, contribuisce a diffondere nel mondo un'immagine inedita e innovativa della città sabauda.

La Mole Antonelliana illuminata con l'opra di Merz

Capace di rinnovarsi attraverso la ricollocazione di installazioni già conosciute in luoghi nuovi, la manifestazione si arricchisce inoltre, di anno in anno, di opere inedite.
Lascio questa breve mappa delle opere per chi volesse circumnavigare il centro cittadino, sfidando il gelo (tanto ci si può sempre riscaldare con un bicerin!), vivendo così un'esperienza museale fuori dai soliti schemi.
Protagoniste della X edizione sono le opere di Mario Airò con Cosmometrie in piazza Castello; Enrica Borghi con Palle di Neve in via Roma; Daniel Buren con Tappeto Volante in piazza Palazzo di Città; Francesco Casorati con Volo su... in via Garibaldi; Nicola De Maria con Regno dei Fiori... in piazza Vittorio; Richi Ferrer con Lucedotto in corso Lecce angolo corso Regina Margherita; Carmelo Giammello con Planetario in via Cernaia e via Pietro Micca; Jeppe Hein con Illuminate Benches in piazza Carignano; Rebecca Horn con Piccoli Spiriti Blu al Monte dei Cappuccini; Joseph Kosuth con Doppio Passaggio ai Murazzi; Luigi Mainolfi con Luì in via Lagrange; Mario Merz con Il volo dei numeri alla Mole Antonelliana; Mario Molinari con Concerto di parole ai Giardini Reali; Mimmo Paladino con Schegge di luce alla Palazzina Fiat di corso Agnelli; Domenico Luca Pannoli con L'amore non fa rumore in via Verdi; Michelangelo Pistoletto con Amare le differenze a Porta Palazzo; Jan Vercruysse con Fontane Luminose in piazzetta Reale e Gilberto Zorio con Luce, fontana, ruota ad Italia '61.

Il Monte dei Cappuccini illuminato da tanti spiritelli blu: un'immagine perfetta per chi crede nella Torino magica...

martedì 16 ottobre 2007

INIZIO (FRENETICO) DI SETTIMANA

Questa mattina mi sono svegliata e faceva freddo. Tanto freddo. Non avevo nessuna intenzione di abbandonare il tepore del piumone, ma la sveglia, implacabile, mi ha costretta ad alzarmi. Erano le 6.45: per me si tratta di notte fonda.
Mi sono vestita/truccata/pettinata a tempo record e a stomaco vuoto (quindi affamata e assonnata, potenzialmente una serial killer!) sono partita nella nebbiolina autunnale che avvolgeva il paesello addormentato, con l'ansia di trovare parcheggio in stazione prima che si scatenasse l'inferno dei pendolari forzati. Compiuta l'impervia missione, visto il largo anticipo sull'orario del treno regionale Bologna-Venezia, mi sono concessa cappuccino, caffè e sigaretta. Le mie sinapsi hanno cominciato, lentamente, ad entrare in funzione.
Sono andata a Venezia, per il programma di formazione annuale delle guide dell'Associazione Amici dei Musei e Monumenti Veneziani, di cui faccio parte. Oggi abbiamo visitato, con una guida esperta, il Museo Strumentale Musicale del Conservatorio di Musi
ca "Benedetto Marcello".
Il Conservatorio di Venezia ha la sua sede nello storico palazzo Pisani in Campo Santo Stefano, a poche centinaia di metri da Piazza San Marco, cuore della città.
Sono conservati circa cinquanta strumenti storici dei maggiori costruttori della scuola veneziana e trecento strumenti moderni usati dagli studenti. Gli strumenti più importanti sono un’arpa, incompleta, del XVII secolo; una viola d’amore del XVIII secolo; viole e contrabbassi italiani; un flauto traverso; gli oboi; gli ottavini e un fortepiano. Inoltre vi sono alcuni spartiti autografi di Richard Wagner e la sua maschera funebre: il grande compositore tedesco morì, infatti, proprio a Venezia, a Ca' Vendramin, dove oggi si trova il Casino.
A Venezia, nella splendida stagione del Rinascimento, tutte le arti conobbero una straordinaria fioritura e un posto di rilievo ottenne la musica. Grandi compositori diedero espressione della creatività veneziana, come Benedetto Marcello, a cui è intitolato appunto il Conservatorio, e Antonio Vivaldi.


Palazzo Pisani a Santo Stefano. Immagine d'epoca.


Si suonava nei molti teatri aperti al pubblico, nelle chiese, nei palazzi, nelle case, sulla terra e sull'acqua. La musica accompagnava le frequenti, fastose cerimonie pubbliche, le celebrazioni religiose, la vita privata dei cittadini. Non v'era quasi casa patrizia o cittadina in cui non si suonasse qualche strumento o non si avesse a disposizione qualche spartito, com'è testimoniato dagli inventari rimasti e da numerose testimonianze pittoriche. Prosperava l'editoria musicale: le edizioni di Petrucci, Scotto, Gardano circolavano in tutta L'Europa. La musica era quindi un momento essenziale nella cultura e nella vita del veneziano di un tempo, e vedere questa preziosa raccolta, messa insieme con amorevole cura e competenza dal Prof. Verardo, è stato come compiere una passeggiata nel passato.


Raccolta di arie per soprano e basso continuo. Sec. XVII


All'uscita, invece di precipitarmi a prendere il vaporetto, mi sono concessa una passeggiata nel tiepido sole autunnale che avvolgeva la città, creando mille giochi di luce sui canali. Ho pranzato in un minuscolo bacaro, dove mi sono riempita di cicchetti (ma quanto sono buone le polpette e il baccalà mantecato, e le mozzarelle in carrozza e i fiori di zucca ripieni e fritti!).
Sazia e con la testa leggera (sarà stato l'effetto del Pinot?), ho ripreso il treno e sono andata al lavoro. Dopo tanta bellezza, dopo aver goduto di una mattinata dove tutto intorno a me ispirava armonia, quando anche il ricordo della levataccia era quasi sfumato grazie ad altri tre caffè, anche i pestiferi ragazzini di seconda media mi sono sembrati degli agnellini.

giovedì 23 agosto 2007

LA 52. BIENNALE DI VENEZIA

La 52. Esposizione Internazionale d'Arte, intitolata Pensa con i sensi - Senti con la mente. L'arte al presente, è aperta fino al 21 novembre. Il direttore della 52. Esposizione è il critico d’arte e artista statunitense Robert Storr. Le sedi espositive sono il Padiglione Italia e i padiglioni nazionali ai Giardini, le Corderie e le Artiglierie all'Arsenale, e altre sedi di Venezia centro storico.


Io ci sono andata questa settimana in una giornata afosa che preannunciava pioggia, in una Venezia molto affollata di turisti che bivaccavano in Piazzetta (ma dove sono i famosi vigili che dovevano multare i turisti più indisciplinati??!) e, o almeno così mi è parso, non troppo interessati alle novità dell'arte contemporanea, ma piuttosto attratti dal solito itineriario Rialto-Accademia-San Marco.
Eppure, stando ai dati pubblicati dal sito della Fondazione Biennale di Venezia, un incremento di visitatori, c'è stato, forse anche grazie alla ricomparsa del Padiglione Italia, tristemente assente nella scorsa edizione. Cito testualmente: "Alla data dell'8 agosto, la 52. Esposizione Internazionale d’Arte ha richiamato oltre 103.000 visitatori, con un incremento di pubblico del 18% rispetto all’edizione del 2005, ed è attualmente la mostra d'arte più visitata in Italia".
La mostra centrale internazionale, allestita alle Corderie e Artiglierie dell’Arsenale e nel Padiglione Italia ai Giardini, presenta un centinaio di artisti provenienti da tutto il mondo. Il panorama internazionale è arricchito dalle mostre dei 76 Paesi (numero record di questa edizione), che allestiscono proprie mostre anche nei campi e nelle calli del tessuto urbano. All’Arsenale ha trovato sede permanente dal 2006 il nuovo Padiglione Italiano, che debutta quest’anno con una mostra a cura di Ida Gianelli, costituendo una delle novità principali della 52. Esposizione.
Obiettivo principale del programma di questa rassegna è "l’immediatezza della sensazione in rapporto all’interrogarsi sulla natura e al significato di tale sensazione, l’intima affezione nei confronti dell’impegno nella vita pubblica, il senso di appartenenza e quello di sradicamento, la fragilità della società e della cultura di fronte al conflitto e le qualità di sostegno dell’arte di fronte alla morte ".
L’americano Robert Storr, Direttore della Biennale 2007, persegue la pluralità dell’arte e dei linguaggi, dalla pittura alle installazioni e ai video, degli artisti, giovani artisti e artisti noti già storicizzati, in una visione che “da una parte esalta i movimenti globali del mood creativo contemporaneo e dall’altro accende i riflettori sulle singole realtà locali anche periferiche dell’arte”.
Riporto il pensiero espresso ripetutamente da Storr sulla sua Biennale, che, definendo questa edizione "una mostra non per i professionisti, ma per i normali visitatori che si lasceranno affascinare e colpire dalle opere", ne ha così sintetizzato i contenuti: "La storia dell’arte è un tessuto di epifanie intrecciato da molte mani a velocità diverse: il tempo presente dell’arte è il bordo esterno di questo work in progress. Invece di rifilare il bordo o di ritessere la trama per regolarizzarla, questa mostra si concentra su alcuni aspetti della produzione attuale scelti quali indizi della possibile natura degli schemi emergenti, senza tuttavia alcuna pretesa di offrirne una mappatura esaustiva".

Se già la spiegazione degli intenti espositivi di questa edizione è alquanto contorta, se ne deduce che se dalla Biennale ci i aspetta un profondo senso di stupore, indubbiamente se ne esce soddisfatti (anche perchè a volte più che stupiti, si resta perplessi!), ma il rischio da correre è quello di avventurarsi per il percorso tra i Giardini e l'Arsenale, con l'alta probabilità di "perdersi"!

Altre info sulla Biennale di Venezia su http://www.labiennale.org/it/arte/

martedì 3 aprile 2007

GITA IN RIVIERA

Ormai è arrivata la primavera! Non se ne poteva più di uscire la mattina intabarrati come Belfagor e con le mani ibernate.
Come ad ogni giungere della stagion dei fior di pucciniana memoria, il mio desiderio di pellegrinare tra bellezze artistiche e naturali (meglio se le due si incontrano!) riprende vigore.
Infatti credo di avere un stretta parentela genetica con l'orso, o con qualche altro simpatico mammifero che va in letargo nei mesi freddi. Non mi spiego altrimenti il totale torpore dei sensi in cui precipito alla fine dell'autunno e dal quale riemergo quando le prime, timide margheritine fanno capolino dai prati.
Ecco un suggerimento per un week end di relax, in cui dedicarsi allo sport (trekking, bicicletta), concedersi peccati di gola, il tutto in uno scenario architettonico unico al mondo, che rimanda direttamente ai fasti della Serenissima, o alle goldoniane Smanie della villeggiatura.
La diffusione delle ville aristocratiche lungo il corso del Brenta da Malcontenta a Stra, è stato un fenomeno che per un paio di secoli fra 1500 e 1700, ha testimoniato la potenza veneziana e la propensione del suo ceto dirigente alla teatralità più fastosa anche nel momento del declino che avvenne, del resto, fra un lampeggiare di magnificenza.
La scelta dell'area non riguardava soltanto la sua amenità, il fiume era una preziosa risorsa mercantile, quindi, prima che essere il Brenta della ville, era il Brenta delle osterie dove si mangiava e si poteva alloggiare a buon prezzo (cara vecchia usanza, oggi perduta! se bisogna trovare un difetto a questa incantevole dimensione rurale, sono i prezzi che si trovano stampati sui menu dei ristornati dediti alle specialità della cucina veneziana!).
Già dalla fine del 1400, avere una villa lungo il fiume e godervi la bella stagione con amici e parenti o Vip stranieri era uno status symbol forte. Furono ingaggiati grandi architetti e grandi pittori, da Palladio al conte Frigimelica, da Scamozzi al Longhena, dallo Zelotti ai Tiepolo.
L'effetto visivo della casa, con le adiacenze e i suoi giardini, doveva colpire i visitatori e i viaggiatori con una overdose di bellezze artistiche e naturali armoniosamente fuse nel complesso architettonico. Un'intento splendidamente riuscito, se pensiamo alla sorpresa che ancora oggi, agli occhi del moderno turista, suscita la vista improvvisa di una cancellata che fa capolino tra i salici, di una fontana adorna di ninfe scultoree, di una pioggia di divinità olimpiche che svolazzano nei tersi cieli di un affresco, circondate da stucchi dorati.
Delle circa ottanta ville sopravvissute a quella sorta di eta dell'oro, molte sono visitabili. In particolare, di due di queste perle di pietre, marmi e stucchi, subisco il fascino senza età: la palladiana villa Foscari, a Malcontenta e l'imponente villa Pisani a Stra: più che una villa, un Palazzo Ducale in terraferma. Una vera reggia, dove i fasti del barocco giunti all'apice, vengono disciplinati in un'armonica composizione di sapore classico.
Della prima sono letteralmente innamorata della decorazione pittorica, opera di quel Giambattista Zelotti allievo e collaboratore del mio diletto Paolo Veronese. Negli affreschi di soggetto mitologico e allegorico l'artista non eguagliò certo il maestro nella sua inimitabile capacità di creare figure cangianti di luce e di colore, ma, nonostante lo scempio che il tempo ha compiuto sugli intonaci, sono ancora apprezzabili le capacità di buon colorista dello Zelotti.
Villa Pisani mi è cara per i miei amori letterari (D'Annunzio), ma non solo. È del Tiepolo l'affresco sul soffitto del salone centrale, la Gloria della famiglia Pisani, uno dei capolavori del Settecento veneziano. E, com'è noto, Giambattista Tiepolo è detto anche il Veronese redivivo, per la sua pittura chiara, luminosa, serena.
Poi, come non ricordare le vicende storiche e i personaggi che hanno attraversato i saloni di questa mini-Versailles: Dogi, Napoleone Bonaparte, imperatori asburgici e re d'Italia.
Ma per tornare all'origine del mio amore per la più grandiosa villa della Riviera, il luogo che ispirò al Vate una delle pagine più intense del romanzo dedicato alla sua avventura amorosa con la divina Eleonora Duse, occorre uscire dalle sale monumentali e perlustrare il parco.
Qui, tra architetture più mosse ed articolate, aggirandosi tra le scuderie e le torrette disseminate lungo la recinzione, tra la casa dei freschi" cioè la ghiacciaia e le "orangerie", ovvero le serre degli agrumi, prima o poi, ci si imbatte nel labirinto di siepi di bosso, uno dei tre labirinti in siepe sopravvissuti fino ad oggi in Italia.
Elemento simbolico per eccellenza, concepito inizialmente come circolare e ispirato, con la torretta servita da una doppia elica che conduce alla statua di Minerva, a una rituale conquista della saggezza, fu qui che Gabriele D'Annunzio scelse di ambientare una pagina di struggente malinconia della storia della Foscarina.