La mia vita è cambiata da quando sono diventata mamma... Allora mi sono detta: "deve cambiare anche il mio blog!". E questo è quello che ne è saltato fuori!

martedì 9 ottobre 2007

44 ANNI FA: POVERA LONGARONE!

Quarantaquattro anni fa si compiva una delle più gravi tragedie umane del secolo scorso. La tragedia del Vajont.
Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno.
La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale.
La sera del 9 ottobre 1963, l'enorme massa d'acqua, valutabile attorno ai 300 milioni di metri cubi, che si sollevò a seguito dell'impatto della frana del monte Toc , elevò un’immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione, cancellando, in pochi secondi, un intero territorio e quasi 2.000 vite umane. La morfologia stessa delle valli del Vajont e del Piave fu sconvolta, i danni materiali furono incalcolabili. Di Longarone restarono solo poche case; il comune di Erto fu graziato ma sparirono gran parte delle sue frazioni. La natura uscì ancora una volta vincitrice nei confronti dell'uomo e della sua presunzione.
Le avvisaglie di quanto poteva succedere c'erano state dapprima con la frana di Pontesei, nella vicina valle di Zoldo, e poi con quella del 4 novembre 1960, che aveva interessato proprio il versante instabile del Monte Toc. Sarebbe stato sufficiente cogliere il significato del toponimo della montagna (in dialetto: Toc = monte che va a pezzi, a tocchi), o dello stesso torrente (Vajont = viene giù), per evitare una delle più grandi tragedie del genere umano, ma ancora una volta altri interessi vennero considerati prioritari rispetto alla vita di migliaia di persone umane.
I tecnici della SADE e poi quelli dell'ENEL, incuranti dei segnali che la natura aveva dato, commisero tre fondamentali errori umani che portarono alla strage: costruirono la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; innalzarono la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; ma soprattutto non diedero l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

I soccorsi e il recupero delle salme

La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia: allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri. In un crescendo di rumori e terrore, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: un’azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta. Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore. Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre.

Pagina del Gazzettino dell'11 ottobre 1963

La mobilitazione a soccorso dei sopravvissuti fu generale e richiamò sul luogo, già dopo le prime ore dall'accaduto, migliaia di persone dalle più diverse estrazioni sociali. In primo luogo il battaglione "Cadore" del 7° Alpini, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri e la Polizia che misero a disposizione tutte le loro forze disponibili. Ma occorre ricordare anche i medici, i volontari della croce Rossa e tutte le persone che si profusero in sforzi immani per prestare soccorso ai poche sopravvissuti e per recuperare e seppellire i morti. Il 10 ottobre 1963 si decise la realizzazione del cimitero delle vittime; il giorno dopo venne individuata l'area davanti al piccolo cimitero di Fortogna nel comune di Longarone.
Grande ed immediata fu l'azione di solidarietà che si manifestò in tutto il mondo: grazie ad essa, all'intervento delle autorità, dei vari Enti ed Associazioni e alla tenace volontà della popolazione locale, fu possibile in tempi brevi la ricostruzione del paese.
Le cronache del tempo riportarono editoriali ed articoli di inviati speciali del telegiornale o delle maggiori testate nazionali che si limitavano a qualche commento che per di più riguardava l'aspetto umano. Gli approfondimenti relativi alla responsabilità oggettive, tranne poche eccezioni, erano trascurati a favore dell'imprevedibilità dell'accaduto.
Il pietismo, di cui la cronaca di quei giorni era piena, dopo una quindicina di giorni lasciò il posto ad un vuoto assoluto. Assodata la responsabilità alla natura "maligna", delle quasi duemila vittime e dei sopravvissuti non venne più data notizia. Solo in occasione del processo finale il giornalismo italiano si rimise in moto, senza mai però approfondire le indagini, riportando la notizia come di un normale fatto di cronaca.
Già, perché fu aperta un 'inchiesta giudiziaria che sfociò un processo, celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971, che si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi.

Longarone - Prima e dopo la tragedia

Oggi, il silenzio che accompagnò la tragedia del Vajont è stato colmato: centinaia di libri scritti da gente del posto, storici, tecnici italiani ed internazionali, che non si basano solo sulla raccolta di avvenimenti che hanno preceduto e preannunciato la tragedia e sulle crude testimonianze delle ore drammatiche, ma sono andati a scandagliare in profondità all'accaduto, svelando i retroscena delle inchieste e i fatti relativi alle responsabilità, ai processi, senza venir meno all'indagine sociale, culturale ed economica del comprensorio colpito. A tal riguardo occorre ricordare l'ingente lavoro editoriale svolto dal Comune di Longarone.
Si sono tenute anche delle rappresentazioni teatrali che hanno riscosso un buon successo. Certamente la possibilità che è stata concessa di trasmettere in diretta, attraverso i canali televisivi, il lavoro dell'artista teatrale Marco Paolini ha suscitato un eco non indifferente, riportando alla ribalta nazionale un avvenimento che troppo presto era stato archiviato.
Un ulteriore contributo al ricordo della tragedia verrà dato da un Museo che sarà presto allestito dalla Amministrazione comunale, un progetto che sarà di esempio e di testimonianza perenne e renderà il dovuto omaggio a quanti, innocentemente, hanno trovato la morte.

Foto e informazioni dettagliate sulla storia del Vajont: www.vajont.net

6 commenti:

giulia ha detto...

Hai fatto molto bene a ricordare un episodio che tanti vorrebero dimenticare e che rischia di ripetersi se non si avrà più cura del nostro territorio. Ciao Giulia

MariCri ha detto...

Ciao Giulia! sai, io credo che certi fatti siano testimonianza perenne dell'eccesivo orgoglio umano, che giunge a sfidare la natura. Ma la natura, prima o poi, trova altre vie per proseguire il suo cammino. A questo mi fa pensare l'enorme diga di cemento ogni volta che passo da Longarone. Un'enorme muro del pianto di tante, troppe vittime.

GlitterVictim ha detto...

Ciao MariCri, ho letto con interesse il tuo articolo così sono andata sul sito ufficiale del Vajont per saperne qualcosa in più.

Ho visto il programma delle manifestazioni "per non dimenticare" è molto ricco e interessante: ”Vajont - Hiroshima - Cernobyl - World Trade Center New York: testimonianze a confronto” è un tema che mi piacerebbe poter in qualche modo approfondire.

Buona giornata

MariCri ha detto...

Ciao Glitter, anch'io ho visto il programma e sicuramente il Comune ogni anno si impegna a fondo affinchè la tragedia venga ricordata. Ti consiglio di vedere lo spettacolo di Paolini sul Vajont è interessante e lui è bravissimo. Lo trovi anche in dvd. Buona giornata a te!

Federico ha detto...

Non ho copiato la tua idea di publicare un post che ricordasse la tragedia del Vajont ma mi hai preceduto. Bacioni Zio Pepe

MariCri ha detto...

Tranquillo Pepe, poi tanto non sono ancora una scrittrice famosa per poterti fare una causa per violato copyright! (leggi il post sugli avvocati, a proposito!). Baci. :)